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 Bambini
liquidati con la logica degli psicofarmaci (Il manifesto, aprile 05)
Incontro con François Ansermet, psicoanalista e
psichiatra dell'età evolutiva. Non si può incontrare la
sofferenza - dice - sulla base di un pret à porter
terapeutico, che esclude l'individualità e l'inatteso in
ciascuno di noi. Fare fronte con un farmaco al dolore dei
bambini è un modo per evitare di ascoltarli e
sbarazzarsi di loro
MASSIMO RECALCATI
La enorme diffusione degli psicofarmaci nelle cosiddette
società del benessere ha ormai raggiunto un livello di
guardia. Il loro uso clinico sembra sempre più
sconfinare in un abuso patologico. Negli ultimi anni
questo consumo compulsivo ha travolto anche i bambini, ai
quali vengono troppo spesso somministrati psicofarmaci
per curare l'iperattività, il deficit di attenzione,
l'ansia, i fenomeni psicosomatici, i disturbi del
comportamento alimentare, del sonno, dell'umore, e così
via. La pedagogia repressiva di stampo disciplinare
sembra dunque rinnovarsi chimicamente nel nome di un
igenismo scientista che tende a ridurre i sintomi del
bambino a disordini da normalizzare, anziché assumerli -
così ci ha insegnato la psicoanalisi - come
manifestazioni particolari del loro inconscio. Per
affrontare questi problemi abbiamo incontrato François
Ansermet, psicoanalista e professore di psichiatria
dell'età evolutiva all'università di Losanna, il cui
lavoro clinico e teorico si è sempre mosso sul confine
difficile e incerto che separa e unisce psicoanalisi e
medicina, nell'intento di tenere insieme creatività e
rigore. Ciò che lo orienta è il principio etico secondo
il quale la nostra soggettività è irriducibile a ogni
forma di determinismo. Principio che resta valido anche
quando l'esperienza clinica coi bambini ci pone di fronte
a casi limite: il rifiuto precoce e innaturale della
vita, le malformazioni costituzionali, i fenomeni
psicosomatici gravi, la rianimazione neonatale,
l'abbandono o l'autismo. Nemmeno l'estrema traumaticità
di queste situazioni cancella mai la singolarità di ogni
persona, afferma con insistenza Ansermet. La
particolarità di ogni soggetto è una costante
ineliminabile, il luogo, per usare le parole di Lacan, di
una «insondabile decisione».
Attualmente gli psicofarmaci sono propagandati come il
rimedio più adeguato per rispondere a una esigenza di
utilità immediata, che orienta non solo la domanda di
cura ma, più in generale, la dimensione stessa
dell'esistenza e dei legami sociali contemporanei. Lei
cosa ne pensa?
Una tra le costanti della mentalità contemporanea è
modellata sul bisogno indotto di oggetti che si suppone
possano soddisfare tutti i desideri, in modo utilitario e
immediato: anche gli psicofarmaci rientrano in questa
prospettiva. Ansietà, turbe del sonno, dell'umore, e
altri disturbi si vuole «guarirli» in modo rapido e
soprattutto senza implicare l'unicità delle persone
coinvolte. Sbarazzandosi del loro sintomo ci si sbarazza,
in un solo colpo, anche di loro stessi. Allo stesso modo
con i bambini, fare fronte farmacologicamente alle
manifestazioni della loro sofferenza significa anche, in
un certa misura, liquidare la complessità delle loro
persone e il dolore mentale che ci impongono. Si pensa di
agire in modo concentrato sul sintomo-bersaglio, si
vogliono fare sparire i disturbi che infastidiscono i
genitori, la scuola, la società, come il comportamento
iperattivo, il deficit d'attenzione, l'aggressività, la
violenza. Si isola un disturbo, ci si mette d'accordo
sulla sua definizione e poi si cerca una sostanza che
sarebbe supposta agire in maniera esclusiva sul
comportamento, al di là della storia del bambino, del
suo funzionamento psichico e della dinamica interna alla
sua famiglia. Non ci si domanda più chi è il bambino,
che cosa esprime attraverso quel disturbo, non ci si
interroga sulla sua disperazione o sulla sua speranza,
non ci si chiede quali questioni siano trattenute in ciò
che il sintomo manifesta. È così che lo psicofarmaco
può escludere la personalità del soggetto in questione.
Tutto ciò non significa che i farmaci non vadano mai
usati: non bisogna nemmeno rischiare un atteggiamento
oscurantista.
Normalizzare è, attualmente, l'obiettivo terapeutico
che orienta non solo la prescrizione farmacologica ma
più in generale le procedure delle cosiddette terapie
cognitivo-comportamentali. Foucault aveva insistito sul
carattere repressivo-disciplinare di questa finalità.
Cosa significa dunque normalizzare un bambino?
Non si può normalizzare un bambino. La norma è ciò che
c'è di più antinomico alla particolarità individuale.
Tuttavia le terapie cognitivo-comportamentali, che
pretendono di fare a meno della soggettività, di
ignorarne la storia, hanno come unica mira proprio la
modificazione del comportamento, la sua normalizzazione,
dunque una deriva «repressivo-discilplinare». Forse il
fatto che oggi proprio questa prospettiva sia la più
diffusa è anche la conseguenza di un declino della
clinica, ovvero di quella disposizione terapeutica che fa
esperienza della singolarità in quanto tale, che
rovescia l'appiattimento universalizzante degli individui
sul quale si fonda l'intervento
cognitivo-comportamentale. Non si può incontrare l'altro
sulla base di un prêt-à-porter terapeutico che rigetta
l'unicità e l'inatteso, dimensioni che costituiscono
ciò che è più proprio dell'essere umano. Noi tutti
siamo fondamentalmente caratterizzati dal fatto di non
essere comparabili, programmabili, universalizzabili...
Gli psicofarmaci sembrano allinearsi a quella stessa
cultura del rimedio al dolore di esistere che ritroviamo
anche nelle diverse forme di tossicomania. E più in
generale, sembra rispondere alle stesse esigenze anche
l'offerta maniacale di oggetti di consumo che
caratterizza quello che Lacan ha chiamato il «discorso
del capitalista»: ovvero, un tipo di legame sociale che
pretenderebbe di escludere la dimensione della mancanza e
del desiderio in nome di un consumo compulsivo di
oggetti. Un consumo indotto costantemente dalla
produzione di pseudomancanze, che questi oggetti
avrebbero il compito di colmare...
Ha ragione. Tutto accade, nel mercato contemporaneo, come
se si potesse trovare l'oggetto del proprio desiderio
nell'oggetto di consumo, a condizione di porgli un
prezzo. Si pensa che si possa avere tutto subito per
nutrire una soddisfazione immediata. La rappresentazione
che si dà degli psicofarmaci è completamente
intrappolata in questa logica. Si pensa di avere a
disposizione un oggetto il cui potere è quello di
ridurre la propria insoddisfazione o quella dell'altro.
È così che la logica del farmaco si congiunge, in un
certo modo, alla logica della tossicomania: il
tossicomane non troverà mai sollievo nella sostanza
dalla quale dipende e che, paradossalmente, lo lascerà
all'infinito in preda alla sua avidità. La psicoanalisi,
al contrario, si orienta a partire dalla questione del
desiderio, del suo oggetto oscuro che ella riconosce come
inafferrabile, dunque come il contrario dell'oggetto di
consumo. L'idea di un farmaco che verrebbe a modificare
il comportamento rimanda effettivamente a ciò che Lacan
chiama il «discorso del capitalista», nel quale ci si
trova attaccati all'oggetto illudendosi di essere padroni
di ciò che si consuma. Tutto questo avviene in un totale
misconoscimento, che conduce il soggetto stesso a
confondersi con l'ordine sociale nel quale s'inscrive;
ordine sociale alla cui riproduzione egli partecipa senza
averne la minima coscienza.
Iperattivismo, panico, anoressie, bulimie, obesità,
fenomeni psicosomatici: la sensazione è che il quadro
dei sintomi che affliggono il bambino occidentale diventi
sempre più drammatico. È una sensazione giustificata? E
se lo è qual è la sua causa?
È vero che questi disturbi assumono oggi un aspetto
drammatico. Sono come delle storie senza parole che
ricercano i loro spettatori, fanno appello a un
intervento dell'altro; di un altro a cui ci si rivolge
disperatamente perché intervenga. Il bambino si trova
allora, in una certa misura, medico di se stesso, si cura
attraverso il suo disturbo. Si potrebbe anche aggiungere
il problema della violenza, che è un tentativo di
restaurazione soggettiva, una ricerca vitale giocata
all'insaputa di chi la mette in atto, il quale si ritrova
lui stesso oggetto di una violenza che gli rimbalza
contro sino al limite estremo del suicido. La violenza
diventa così un disturbo del comportamento fissato e
desoggettivato, attorno al quale tutto si cristallizza;
sia per il bambino violento che per tutti coloro che lo
circondano. Per uscire da questo circolo vizioso si
tratta di creare le condizioni di un incontro dove sia
possibile rimettere in gioco ciò che tormenta il
bambino, per andare oltre il disturbo che patisce e che
rappresentava, sino a quel momento, la sola soluzione che
egli era riuscito a trovare per far fronte alla sua
sofferenza.
Un bambino, affermava Lacan, è un sintomo o un
oggetto del desiderio dell'Altro. Le sembra una
affermazione ancora attuale? E come la si potrebbe
spiegare?
Con il fatto che tutto ciò che il bambino manifesta
può in effetti essere il sintomo delle dinamiche giocate
nella famiglia o nella coppia dei genitori, e cioè
essere il risultato del fatto che egli si ritrova a avere
a che fare con i loro fantasmi. In questo caso, più il
bambino è assoggettato e meno esiste come soggetto. E
questo vale anche per le strategie sociali nelle quali il
bambino rimane preso quando lo si vuole educare,
normalizzare, ridurlo alle coordinate iscritte in quelle
che dovrebbe essere le tappe prefissate dal suo sviluppo,
piuttosto che ricercare la singolarità di ciò che egli
manifesta. Il bambino emerge come individuo solo
liberandosi dagli effetti delle dinamiche che lo rendono
oggetto di ciò che, appunto, si mette in gioco attorno a
lui. È una contraddizione difficile da accettare nelle
strategie educative o nei programmi terapeutici fondati
su degli apriori, applicati in maniera sistematica e
indistinta. Le affermazioni di Lacan che lei ricorda sono
centrali per orientarsi nella clinica. Si tratta di slegare
il bambino dalla presa dell'altro perché possa
percorrere il suo proprio cammino.
Lei ha scritto nel suo Clinica dell'origine
che un bambino «obbliga coloro che lo hanno concepito, o
che lo accolgono, a confrontarsi con una dimensione
inabbordabile, con qualcosa d'impensabile,
d'irrappresentabile che, può persino provocare, in
alcuni, un effetto traumatico». Gli psicofarmaci non
sono forse un modo, per i genitori, di evitare il
confronto con questo trauma?
Il bambino è sempre al di là di ciò che si vuol
fare di lui, compreso quando lo si tratta con dei
farmaci. È altrove da dove si pensa che lui sia. Non si
lascia afferrare. Già fin dalla sua origine, che è
irrappresentabile, come la morte. Il confronto con questo
dato di realtà può effettivamente essere traumatico. Ma
il vuoto dal quale il bambino proviene è anche
l'occasione di una libertà potenziale: tocca a lui
diventare l'interprete del suo proprio desiderio di
esistere. Se la psicoanalisi ha una funzione non è certo
quella di ricondurre il bambino ai disturbi che lo
affliggono, ma piuttosto quella di aprire il campo del
possibile per lasciare che il bambino possa inventare se
stesso. Non si può sapere cosa sia bene per l'altro,
ciascuno si inventa a suo modo, fa le sue scelte, trova
le proprie risposte che non possono essere conosciute in
anticipo. È così che lo psicoanalista, piuttosto che
essere un corvo nero del determinismo, è innanzitutto un
praticante dell'imprevedibile.
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François Ansermet
Psicoanalista di orientamento lacaniano, vive e lavora a
Losanna, dove è professore ordinario di psichiatria del
bambino e dell'adolescente. Da anni si dedica allo studio
delle possibili connessioni tra psicoanalisi e pediatria
e, in particolare, alla medicina perinatale. Il suo
ultimo libro, scritto con Pierre Magistretti, è titolato
À chacun son cerveau. Plasticité neuronale et
inconscient, e sta sollevando un grande dibattito tra gli
specialisti. Di Ansermet il lettore italiano può trovare
Clinica dell'origine. Il bambino tra medicina e
psicoanalisi, Franco Angeli, 2004.
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