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 Dolori
irriducibili a un sintomo (Il manifesto, aprile 2005)
MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA
In questi giorni molti neuropsichiatri dell'infanzia
vivono un grande sconcerto e imbarazzo: il 25 aprile
infatti l'Emea - European Agency for the Evaluation of
Medicinal Products - l'agenzia europea che valuta i
farmaci, ha diffuso la decisione del suo comitato
scientifico a proposito di due particolari classi di
farmaci antidepressivi, che hanno la funzione di bloccare
il riassorbimento della serotonina e sono oggi prescritti
in Italia a circa trentamila giovanissimi, tre ogni
mille. Test clinici, sostiene l'Emea «hanno dimostrato
che i tentati suicidi ... e i comportamenti aggressivi
sono più frequenti tra i bambini e gli adolescenti
trattati con questi farmaci», che i ragazzi sono
raccomandati, perciò, di non usare. Forti sospetti erano
diffusi già da diversi anni, specie da quando era venuto
alla luce il fatto che la potente multinazionale Glaxo
aveva nascosto l'evidenza di questi non banali
«controeffetti» della somministrazione di
antidepressivi ai minori. Eppure proprio negli ultimi
cinque anni in Italia si è triplicato l'uso di questi
farmaci, prescritti in prevalenza a ragazze tra il
quattordici e i diciassette anni. Certo, siamo ancora
lontani dalle cifre sull'abuso di psicofarmaci
documentato negli Stati Uniti e in Canada, ma non si deve
trascurare il consistente «sommerso» rappresentato
dall'uso di altri psicofarmaci come le benzodiazepine,
che il nostro servizio sanitario nazionale non rimborsa e
che quindi sfuggono al lavoro di monitoraggio delle
prescrizioni farmacologiche ai minori, che l'istituto
Mario Negri e il consorzio interuniversitario di Bologna
stanno conducendo da oltre cinque anni, sul campione di
un milione di bambini e di adolescenti. Le cifre citate
sin qui fanno parte del «terzo rapporto sulle
prescrizioni dei farmaci rimborsabili dal servizio
sanitario nazionale ai bambini non ricoverati in
ospedale», presentato alla fine dello scorso anno, e
segnato dalla previsione di un ulteriore aumento delle
prescrizioni in coincidenza con l'arrivo in farmacia, al
primo gennaio di quest'anno, del Ritalin, uno psicostimolante su cui è
accesa da tempo, negli Stati Uniti, quasi una guerra di
religione tra chi ne propaganda gli effetti benefici sui
quasi dieci milioni di bambini trattati, e chi viceversa
mette in questione l'esistenza stessa della «sindrome
del bambino iperattivo» che questo farmaco dovrebbe
trattare.
C'è da attendersi, nei prossimi giorni, insieme al
plauso anche una ondata di reazioni critiche alla
decisione dell'Emea, probabilmente giocate, come da tempo
è nella strategia comunicativa delle multinazionali
farmaceutiche, sul tema della diffusione delle malattie
mentali, in particolare delle depressioni, che
sembrerebbe aver raggiunto livelli allarmanti, tra i
bambini come tra gli adulti. Si riproporrà il problema
di interpretare i dati che ciclicamente ci arrivano
attraverso i grandi media, spesso senza alcuna citazione
delle fonti di informazione e dei finanziatori delle
ricerche e degli screening, che in gran parte sono le
stesse case farmaceutiche produttrici dei rimedi alle
malattie che fanno rilevare.
Ma cosa significa allora il fatto che siano prescritti
oggi antidepressivi a un così alto numero di
adolescenti, in particolare ragazze? Proprio nel momento
in cui si vive, com'è noto, una delle fasi più
complesse della vita, in cui tutto è fluido e si
trasforma, dal corpo alle relazioni con sé e il mondo?
Certo alla base c'è una sofferenza, che arriva al medico
come domanda, verosimilmente generica, di aiuto da parte
dei genitori e anche degli insegnanti. Questa domanda
oggi incontra sempre più spesso una risposta chimica,
che ha il vantaggio di convalidare il medico come esperto
e di rassicurare gli utenti senza mettere in questione
equilibri consolidati, in attesa che «passi la
nottata», cioè quel dolore che vorrebbe dire qualcosa
cui nessuno presta orecchio. C'è anche questo elemento,
e forse ha il maggior peso, dietro al triplicarsi della
depressione tra gli adolescenti. Che fare allora? È
meglio rivolgersi allo psicoterapeuta che non usa i
farmaci e si offre all'adolescente e magari alla famiglia
nello spazio separato e ancora una volta tecnico del suo
ambulatorio? Credo che dovremmo, innanzi tutto, allargare
il ventaglio del possibile, di ciò che possiamo
immaginare e chiedere per la nostra vita. Dovremmo quindi
ricominciare a discutere tutti, esperti e non esperti,
sui fatti della vita, sul dolore e i conflitti che
possono accompagnarli, nell'adolescenza come nella
menopausa, per citare un altro periodo che rende le donne
più degli uomini oggetto di definizioni diagnostiche e
di prescrizioni farmacologiche. Dovremmo discuterne negli
spazi della convivenza, tra amici, in famiglia e anche a
scuola, opponendo resistenza alla crescente
tecnicizzazione di ogni spazio, che fa ad esempio
dell'insegnante sempre più un fornitore di informazioni
per preparare i giovani al mercato e sempre meno una
persona che con altri suoi simili convive e crea cultura
e società.
Franco Basaglia scriveva nel Concetto di salute e
malattia del 1975, un tempo che sembra molto lontano,
«che l'ideologia medica assume per sé l'esperienza
della malattia, neutralizzandola fino a ridurla a puro
oggetto di sua competenza», inducendo la persona che sta
male «a vivere la malattia come puro accidente
oggettivabile dalla scienza e non come esperienza
personale». Resta questa la questione chiave, su cui
troppo poco si discute e si lavora e che non entra
affatto nella formazione dei medici: la questione del
sapere/potere del medico, il suo rapporto col mercato e
con la società, la medicalizzazione che aliena, che
impoverisce l'esistenza, che restituisce il dolore e la
sua complessità come puro insieme di sintomi.
La scelta tra farmaco e colloquio può essere una falsa
alternativa se in entrambi i casi si lavora su diagnosi,
in spazi separati, con linguaggi esoterici che fanno
sentire poveri e deboli se non si ha, come nei film di
Woody Allen, la pillola giusta per la propria angoscia o
il numero di telefono del terapeuta.
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