Degli adolescenti non si sa niente

Il titolo di un inquietante e truce romanzo di S. Vinci, forse troppo poco considerato al tempo della sua uscita, era “Dei bambini non si sa niente”. Degli adolescenti ancor meno. Anche il poco che crediamo di sapere è vago. Sappiamo che tanti bevono, non sappiamo perché. Sappiamo che alcuni fanno sesso precoce e compulsivo, ma non sappiamo perché, o forse preferiamo non saperlo. Alcuni si suicidano, e ci affanniamo a cercare “il” motivo, forse già sapendo che non lo troveremo. Sappiamo che tantissimi non sono motivati allo studio, e qui forse con un po’ di sforzo potremmo anche sapere perché. Di fronte agli adolescenti è un pullulare di stupori e falsa coscienza. “Pensano solo ai soldi” osserviamo con sdegno. Chissà perché lo fanno… Certe ragazzine mettono fuori culi e tette e cercano di farsi strada ovunque e comunque. Che scempio, mai visto niente di simile, nella nostra onorata società. Un ragazzo ruba soldi in casa per comprarsi l’Iphone. Accidenti, come gli sarà venuto in mente? Mai sentito parlare delle nuove tecniche di marketing?
Degli adolescenti ci preoccupiamo. Facciamo indagini su alcol, droghe, gravidanze precoci e forse poco di più. Li esploriamo come un territorio ignoto infettato da malattie esotiche. Nelle carte geografiche antiche sull’ancora inesplorata Africa pare scrivessero “hic sunt leones”, qui ci sono leoni, poiché era tutto quello che ne sapevano. Hic sunt adulescentes. Li guardiamo con preoccupazione. Per il loro presente. Per il loro futuro. Pronunciamo la parola futuro come un mantra. Si parla tanto dell’aria pulita perché c’è lo smog, e oggi anche le polveri sottili. Ma come in tutti i rituali, dopo aver recitato il mantra “fu–tu–ro”, la nostra moderna danza della pioggia, la siccità prosegue inalterata, lasciandoci in tutta la nostra impotenza.
Allora si cercano delle soluzioni. Se ne fanno vessilli. Gli Oratori, le Parrocchie. Alcuni amministratori vi si aggrappano per resistere ai flutti delle risorse pubbliche sempre più risicate. Va benissimo, basta ammettere che gli Oratori coinvolgono soltanto una minoranza di adolescenti, non la generalità dei cittadini di quell’età, e che non può che essere così. Allora, che si fa? Nei momenti di crisi e di sbandamento, cercarsi dei nemici dona sollievo. L’autoritarismo, temibile nemico di un tempo andato, ora non fa più paura, anzi viene clandestinamente titillato citandolo senza abbracciarlo: “non sono per l’autoritarismo, ma…” È il nuovo mantra, dopo “io non sono razzista, ma…” Ora il nuovo Nemico è il Permissivismo. Vituperarlo è il Dogma, i Divieti sono le sue Opere, dire NO ai figli sono le Preghiere, e di tanto in tanto nei luoghi di educazione si possono ascoltare conferenze dove un ispirato Profeta celebra la Giornata dell’Odio contro il Permissivismo. Ci salverà? Crearsi dei nemici è la miglior soluzione per non pensare, per non sentire. Per anestetizzarsi dalla “umiliante, irritante presa di coscienza della propria impotenza. Non solo le persone comuni, […], ma anche coloro che occupano alte cariche e sono sotto i riflettori, leader ed esperti chiamati a ricoprire incarichi pubblici e a occuparsi del benessere e della sicurezza di tutti, restano attoniti e confusi […] Forse oggi, mai come in passato, l’individuo è succube del gioco delle forze di mercato, un gioco di cui non è assolutamente conscio e che tanto meno riesce a capire o prevedere, ma dovrà pagare per le sue decisioni prese (o non prese) individualmente.” (lo scriveva Z. Bauman quasi dieci anni fa).
D’altronde il “cosiddetto” permissivismo (ma cosa sarà poi davvero?) si presta bene al ruolo di nemico, perché è indubbio, come ci riferiva mesi fa il Censis, che siamo di fronte a una “pervasiva sregolazione delle pulsioni, risultato della perdita di molti dei riferimenti normativi che fanno da guida ai comportamenti”. Ma siamo ben lontani dall’aver capito che cosa ha causato tutto questo, dovendo anche ammettere che si tratta di fenomeni complessi e trasversali che non si lasciano interpretare attraverso i consueti, rassicuranti schemi. E allora arriva il Profeta che indica la Via alle famiglie e alle scuole ricordando i bei tempi andati in cui il maestro, come il padre, era il testimone, il sacerdote della sostanziale coerenza di un mondo in cui tutto si tiene, un mondo dotato di senso, di futuro e di speranza. Il maestro, come il padre, era la mano del mondo che con amore si curvava verso di noi, bambini, per portarci nel regno della vita dove avremmo fatto cose belle, come a loro volta avevano fatto papà e mamma, che tra le cose belle avevano fatto noi, i figli. Il mondo aspettava noi, aveva bisogno di noi. Il mondo aveva un futuro e quel futuro eravamo noi. Ma è solo nostalgia: il maestro e il genitore d’oggi non sono testimoni né sacerdoti di un bel niente, perché sentono di vivere in un mondo difficile, caotico e instabile, che faticano a comprendere, della cui coerenza dubitano, come dubitano del fatto che il rispetto delle regole sia davvero un atteggiamento premiato dai fatti.

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Alunni/e delle medie: disagio relazionale e sociale, la paura, il dolore

Negli ultimi tempi ho avuto modo di conoscere in modo diretto il disagio di un discreto numero di preadolescenti, alunni e alunne (in prevalenza alunne) delle scuole medie. Distillando le voci più frequenti, i disagi più spesso espressi, credo di poter sintetizzare i contenuti del disagio stesso in alcune frasi-tipo:

  • Gli altri non mi amano quanto io amo loro. Io non sono importante per loro quanto loro lo sono per me. Io non valgo niente non sono niente non servo a niente.
  • L’unica persona degna di esistere è una persona bella, in forma, intelligente, brillante, simpatica, amata da tutti, mai triste, sempre sorridente. Ma soprattutto: non sono io.
  • Non mi piace niente di me. Il mio corpo è brutto. Pieno di difetti.
  • Mi amerai lo stesso quando vedrai come sono davvero? Come potrai amare tutte le cose brutte e difettose che ci sono in me? Chi mai potrebbe farlo? Nessuno. Ho paura: nessuno.
  • Come si fa a sopportare le cose che finiscono, le persone che si perdono, i cari che vanno via per sempre, come si fa a sopportare che i legami non siano per sempre? Come si fa a vivere in questo modo?

La reazione più diffusa a questi vissuti è la chiusura in sé, il pianto, la distrazione perseguita con Smartphone e altri vari mezzi telematici ed elettronici; diffusa la pratica di farsi piccoli tagli sulla pelle delle braccia. Il dolore fisico che ne deriva assume un duplice significato: lenisce (un poco) il dolore mentale spostandolo su uno stimolo fisico più forte e
sembra marcare, quasi punire la persona come “sbagliata” e “colpevole” del suo dolore.
Le figure genitoriali sono viste alternativamente come ombre lontane, indifferenti, che non provano interesse per le figlie, o come giudici arrabbiati, ostili e talvolta fisicamente punitivi, e pressoché mai come una risorsa positiva. Molti di questi ragazzi e ragazze vivono una solitudine senza fondo e senza sollievo. Senza riscatto.
Il tema profondo, il nucleo comune che sembra stare alla base di tutto è il bisogno di essere amati, la paura di non esserlo, la difficoltà di creare dei legami e di accettarne la finitezza.
Vediamo nel primo grafico l’insieme dei temi emersi (considerando che assai spesso un individuo porta più temi in colloquio), e nel grafico sotto l’incidenza dei singoli temi sull’insieme dei soggetti. Come si vede, il nucleo comune, evocato esplicitamente da quasi 7 ragazzi su 10, occupa il maggior spazio accanto al tema correlato e affine delle difficoltà relazionali con i coetanei e con i pari; anche laddove non veniva espresso direttamente, comunque, quel nucleo comune era, in filigrana, pressoché sempre presente. Le altre quattro tematiche emerse assorbono meno di un quarto delle segnalazioni. Spicca, in modo più evidente nel secondo grafico, che un sesto dei soggetti che hanno partecipato fosse alle prese con una difficile elaborazione di un lutto familiare, quasi mai recente. Fa riflettere su quanto indifesa questa generazione si possa trovare di fronte alla perdita di persone care, e in generale alla finitezza dei legami affettivi, e ci si chiede se la generazione dei loro genitori non lo sia altrettanto.
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Morire di ecstasy o morire di dolore?

Dietro e prima l’abuso di sostanze c’è un malessere diffuso, uno stato depressivo di massa dovuto alla crescente incapacità di fronteggiare il normale dolore psichico, avvertito come un corpo estraneo da eliminare. A fianco dell’abuso di sostanze c’è la proliferazione dei mezzi di distrazione e divertimento di massa che nasce per soddisfare un insaziabile appetito di un “altrove”.

Proviamo a immaginare… se un inverno nevicasse per un mese di seguito, giorno e notte: forse cominceremmo a vedere agli angoli di strada venditori improvvisati di pale, badili, spazzaneve e altri marchingegni; inoltre, si può supporre, dopo un po’ troveremmo anche spacci illegali di macchine spazzaneve costruite alla meglio in laboratori improvvisati, e, essendo non omologate dalla legge, vendute al mercato nero a caro prezzo. Probabilmente qualcuno a un certo punto potrebbe farsi male usando uno di quegli aggeggi poco sicuri e sarebbero in tanti a scagliarsi contro i costruttori e venditori abusivi di marchingegni potenzialmente pericolosi. Tuttavia con un po’ di sforzo non sarebbe difficile capire che c’è uno sfondo a tutto questo scenario: una straordinaria nevicata completamente fuori dai parametri normali, una nevicata che ha creato bisogni eccezionali che un gran numero di persone si è messa a soddisfare con mezzi non sempre leciti. Nasce un bisogno nuovo e forte, ed ecco che si crea un mercato. Questo non giustifica gli abusi, ma rappresenta uno scenario imprescindibile in cui inquadrare gli eventi e cercare eventuali soluzioni.
Leggendo i tristi commenti ai tre decessi di giovanissimi nelle ultime settimane ho come l’impressione che, sia pur con direzioni diverse, molti finiscano per scagliarsi, per restare nella metafora, contro i venditori abusivi di pale e spazzaneve e che nessuno sembri rendersi conto che bisognerebbe guardare un po’ più in là, alla quantità esorbitante di neve che sta sulle strade. Fuor di metafora: che cos’è questa neve? è una sorta di stato depressivo di massa che riguarda giovani, meno giovani e adulti. Ma che cos’è dunque questa depressione di massa e quali sono le sue componenti? Il punto centrale è rappresentato da una cultura, la nostra, completamente incapace di abilitare i suoi appartenenti a far fronte (coping) alle difficoltà normali di ordine emotivo che possono capitare nel corso della vita. I componenti di questa cultura sono vari, ma il fulcro è la rappresentazione del dolore psichico come un veleno da eliminare, e come segnale di “problema da risolvere”. Specie tra i giovani, lo stesso destino toccherebbe alla tristezza, agli stati contemplativi o qualunque altra condizione che non sia una sorta di stolida e maniacale euforia che rende comunicativi, socievoli, brillanti, spiritosi e attraenti. La potenza attrattiva e prescrittiva di questo standard di capacità comunicative e sociali è particolarmente pressante per le nuove generazioni che sembrano imprigionate da un “dover essere” finalizzato a diventare “popolari” tra i pari età. Si tratta di una condizione non alla portata della maggior parte degli individui, in particolare senza l’assunzione di sostanze stupefacenti, soprattutto stimolanti. “Devo stare bene”, “perché non sto bene?”, ecco le domande ricorrenti tra gli appartenenti a più generazioni.
Questo stato di malessere rappresenta un problema per tutti, ma i comportamenti in reazione ad esso sono in larga parte diversi per ciascun gruppo di età, e ci sono differenze anche nelle sostanze utilizzate, sia pur con alcune aree comuni: i giovani ricorrono prevalentemente ad alcol e sostanze illegali, mentre gli adulti, oltre all’ubiquo alcol, fanno maggiore uso di sostanze legali come antidepressivi e ansiolitici, le cui cifre di vendita sono una voce in costante crescita. Ecco alcune citazioni da quotidiani italiani degli ultimissimi anni: «Psicofarmaci, oltre 11 milioni di italiani li usano contro stress e depressione.» «Il trend nazionale in forte aumento del consumo di farmaci antidepressivi, che è salito del 310% (cioè più che triplicato) dal 2000 al 2008, confermato dai dati dell’ultimo rapporto Osservasalute che vede negli ultimi anni un costante incremento simile in tutte le regioni.» La cifra comune, dunque, è il tentativo di allontanare il dolore psichico meglio e prima possibile.
Una serie stratificata di mutazioni culturali ha fatto sì che un’intera popolazione (con l’esclusione, ritengo, dei più anziani) sia oggi portata a preoccuparsi costantemente del proprio stato psichico sulla base di un teorema: se sono “nel giusto”, se ho fatto scelte giuste, se sto agendo bene e vivendo bene allora devo sperimentare benessere psichico. C’è un ovvio corollario: se sperimento malessere psichico evidentemente esiste un problema e questo problema va risolto secondo due direttrici spesso sommate insieme: (a) il tentativo di estinguere rapidamente e totalmente il dolore e il malessere psichico stesso, e (b) perseguire continuamente scelte di vita, comportamenti, consumi e attività dai quali ci si attende l’anelato benessere psichico. La prima direttrice porta direttamente a condotte problematiche come autolesionismo, consumo di stupefacenti, comportamenti estremi. La seconda direttrice, più indiretta, costituisce la chiave dell’apertura di sempre nuovi mercati che vanno naturalmente degli stupefacenti stessi allo smodato consumo di divertimenti di ogni genere, alle più fantasiose terapie olistiche, al marketing del benessere, fino ai capi di abbigliamento e perfino alla chirurgia estetica; un posto d’onore è rappresentato dall’immenso ambito ludico-elettronico dei giochi digitali, sia su consolle dedicate che su computer, tablet e telefonini, un apparato di distrazione di massa le cui dimensioni forse tendiamo a sottovalutare; basti pensare che la sola GameStop, nel 2007, ha fatturato 5,56 miliardi di dollari. Nello stesso anno, per la prima volta nella storia, l’industria dei videogiochi ha superato come volume d’affari l’industria musicale. Grand Theft Auto 5, (un gioco i cui protagonisti sono tre delinquenti di cui uno psicopatico che si aggirano per una metropoli americana uccidendo e compiendo altri crimini) con un budget di 260 milioni di dollari stanziati da Rockstar Games, ha incassato più di 800 milioni nelle prime 24 ore dopo la messa in vendita e dopo soli tre giorni ha raggiunto il miliardo di dollari e i 15 milioni di copie vendute. (fonte: Wikipedia). Se consideriamo gli stati di coscienza di elevatissimo estraniamento dal mondo circostante che il giocatore raggiunge, e li affianchiamo con quelli causati dal consumo di sostanze stupefacenti, viene da chiedersi con una certa trepidazione quanti milioni di persone nel globo si trovino per diverse ore al giorno completamente altrove con la mente. Da che cosa fuggono? Che cosa è questa sete di distrazioni? Che cosa è questa impazienza divenuta carattere universale? Il sociologo Luciano Gallino, riepilogando diversi altri studi, parla di “corrosione del carattere” per descrivere gli effetti sulla personalità che provoca il lavoro del “capitalismo flessibile”, dove tutti e tutto – a cominciare dal capitale – si dimostrano impazienti; la società intera appare devota al breve termine (dei contratti, dei progetti, dei guadagni possibili); le istituzioni, a partire dalle imprese, appaiono in uno stato di costante frammentazione o vengono di continuo ridisegnate. In tali condizioni risulta improbo per la persona al lavoro sviluppare un senso di identità, poiché ciò richiede una lunga e paziente ricerca in se stessi. Perseguire scopi a lungo termine appare improponibile. Diventa pure arduo, sul lavoro e nella comunità, sviluppare rapporti sociali reciprocamentre impegnativi. (in: L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi). Alla luce di questa ultima citazione diviene chiaro come sia assai velleitario auspicare il ritorno dei “buoni vecchi sistemi educativi più rigidi” come panacea; un sistema educativo nasce e si sviluppa in un contesto, in un quadro di personalità (di chi educa come di chi viene educato) anche culturalmente delineata, e non sono possibili “esportazioni” di peso di sistemi che sono figli di altre epoche e culture, così come non potremmo rilanciare a livello di massa, per fare un esempio pittoresco, il mestiere di spazzacamino o di maniscalco. Nel nostro mondo impaziente e intollerante dell’attesa e della frustrazione possiamo al massimo apportare qualche modesto correttivo al paludoso permissivismo diffuso, ma nulla più. Il quadro è desolante.

Riprendendo il discorso principale, abbiamo appena descritto una rappresentazione distorta del dolore psichico come corpo estraneo da eliminare. Ci si domanderà se tale dolore abbia eventualmente delle cause particolari e specifiche di questi anni, e se esso sia aumentato nel tempo; la risposta è articolata. Le cause in sé e per sé non sono particolarmente “nuove” e per lo più fanno parte dei percorsi esistenziali caratteristici degli adolescenti da un lato e degli adulti dall’altro. Nel caso degli adolescenti però ci sono dei fattori che tendono a esacerbare dolori che sarebbero normali per qualità ma divengono eccezionali per quantità e intensità nonché per frequenza; ad esempio, il desiderio di piacere agli altri, di essere desiderati, il timore di essere brutti o deformi è riportato nella letteratura sull’adolescenza da decenni, ma oggi le angosce legate a queste paure sono diventate molto grandi e spesso persecutorie a causa dei comportamenti talvolta feroci degli altri adolescenti verso gli stessi pari età. Inoltre questa fascia di età sembra vedere (molto più che in precedenza) il dolore psichico come qualcosa di insormontabile. Alcune ricerche sull’attaccamento sembrano dimostrare che anche aspetti biografici oggi assai diffusi come il distacco precoce dalla madre per cause lavorative e le crescenti condizioni di stress di tanti genitori costituiscono un fattore rilevante di vulnerabilità allo stress e alle difficoltà psicologiche nelle nuovissime generazioni.
È in questo panorama culturale, in queste immagini dell’individuo e del benessere che si inserisce questo stato depressivo di massa contraddistinto da umori negativi, senso di colpa e inadeguatezza per il fatto di provarli, senso di impotenza, di incapacità, di inadeguatezza globale, fantasie di auto-eliminazione o di grandiosità, bisogno spropositato di divertimenti e distrazioni come “antidepressivo sociale”, e infine appiattimento della prospettiva temporale sul presente con una visione del futuro assente, buio o indecifrabile. La sofferenza psichica ha assunto ormai lo status di “anormalità”, se non anche di patologia, comunque di anomalia da estirpare. In realtà le cose stanno diversamente, come notano Steven C. Hayes e colleghi in ACT (Raffaello Cortina), «Se sommiamo tutte le persone che sono o sono state depresse, tossicodipendenti, ansiose, arrabbiate, autodistruttive, alienate, preoccupate, compulsive, lavoro-dipendenti, insicure, terribilmente timide, divorziate, evitanti l’intimità e stressate, siamo costretti a giungere a una conclusione sorprendente, vale a dire che la sofferenza psicologica è una caratteristica fondamentale della vita umana.» La cosa triste è che coloro che non partono da questo presupposto sono condannati a soffrire di più.
Cosa cercano dunque gli adolescenti nelle nottate del massimo divertimento, nello stordimento dovuto a uso e abuso di diverse sostanze? Non cercano in definitiva sollievo per gli stati negativi, non cercano forse la capacità di rapportarsi agli altri in modo brillante e seduttivo sconfiggendo la solitudine e la disistima? non cercano la distrazione, il divertimento come narcotico rispetto alla impossibilità di sopportare la propria stessa mente addolorata? Credere di poter semplicemente arrestare questa ricerca affannosa di soluzioni al problema rappresentato dalla depressione diffusa (così come definita in questo articolo) è pura, velleitaria ingenuità. Allo stesso modo è ingenuo pensare che vi possono essere soluzioni “monofattoriali”: una sola legge, un solo provvedimento, per quanto radicale e caratterizzato da tolleranza zero, non sarà in grado di frenare un fenomeno così rilevante, e così potentemente alimentato da spirito di sopravvivenza (psicologica), senza contare il fatto che uno strato sempre più ampio degli adulti che si ergono a giudici di certi comportamenti giovanili non è legittimato a esprimere simili giudizi per il semplice fatto che, al di là del maggiore controllo legale sulle molecole usate, anche questo strato di società adulta persegue gli stessi fini che condanna nei propri figli, ovvero la rimozione rapida del dolore psichico. Dunque differenze di mezzi ma equivalenza dei fini, come abbiamo fatto notare poc’anzi. Ogni intervento verso i giovani che punti semplicemente ai mezzi (ma non ai fini) è fin da subito un intervento destinato, nella migliore delle ipotesi, a contenere il fenomeno nel breve termine e niente più. Non ho nulla contro le soluzioni temporanee/tampone anzi ne sostengo l’importanza e l’urgenza! Credo però sia fondamentale essere molto lucidi e umili nel riconoscere i limiti delle soluzioni che alcuni propongono come salvifiche.
Se davvero una società vuole por mano a questo rilevante grumo di rischi e di condotte disturbate nei propri giovani non può che orientarsi su soluzioni plurime e multifattoriali che vadano a incidere su molteplici aspetti. Ad esempio, per quanto non risolutivi, servono sicuramente interventi di riduzione del danno in tutta la loro complessità: dall’informazione sui rischi sanitari al monitoraggio delle sostanze contenute nelle pastiglie o in altri confezionamenti (pill testing) fino ai presìdi medici nei luoghi di più probabile consumo e abuso di sostanze. La critica frequente che viene rivolta (dai severi censori delle condotte giovanili) verso le pratiche di riduzione del danno è che queste suonano come una sorta di legittimazione di condotte devianti; questa posizione è in realtà assolutamente inconsistente sotto numerosi punti di vista tra i quali voglio citare i due principali. Il primo è che, con questo criterio, l’esistenza degli ospedali, dei servizi di ambulanza, di salvataggio, ecc. potrebbero tutti quanti essere tacciati di “implicito incoraggiamento e legittimazione a comportamenti sbagliati”, il che non è sostenibile, a meno di voler creare una civiltà assolutamente persecutoria. Il secondo motivo è più potente, in certa misura sostanziale: la società adulta, così giudicante rispetto alle condotte di abuso portate avanti dai suoi figli, è la stessa che consuma tonnellate di psicofarmaci con lo stesso miraggio di abolire il dolore psichico. Sono invece convinto che l’inizio di ogni pratica efficace non possa che partire dal doloroso, a volte straziante riconoscimento che questi figli sono figli di tutti e di tutto, sono forgiati da una cultura che è anche la nostra, e condividono obiettivi, bisogni, difficoltà e rappresentazioni della realtà con pressoché tutti gli altri membri della società.
Un altro aspetto cruciale, se si vuole fare una prevenzione a medio e lungo termine, è quello di fare ricerche per individuare meglio i fattori chiave di questa estrema vulnerabilità al dolore psichico, alla inadeguatezza e al bisogno di benessere e di successo, nonché al sentimento di insormontabilità della sconfitta, della perdita e del distacco, e progettare interventi riparatori. Intervenire su questi punti non produce probabilmente risultati eclatanti a brevissimo termine per i quali solo la riduzione del danno può dare sollievo immediato, tuttavia alcune esperienze suggeriscono che è possibile influire su comportamenti inadeguati fornendo a individui e/o piccoli gruppi di persone coinvolte strumenti alternativi (e puliti) di gestione del dolore psichico. Anche in questo caso va tenuto presente quanti ostacoli possono frapporsi a queste pratiche, primo tra tutti il senso di vergogna e di stigma sociale che pende su qualsivoglia forma di sofferenza psicologica, si trattasse anche solo di una semplice tristezza: si tratta di un fattore che spinge i ragazzi a cercare soluzioni fai-da-te assolutamente private e spesso devastanti, piuttosto che entrare in contatto con altri esseri umani significativi verso i quali si teme di provare vergogna e inadeguatezza. Per varcare questa soglia proporrei di utilizzare gli strumenti della psicologia positiva: studiare quella parte (non piccola!) di adolescenti e di adulti che non fanno ricorso a queste pratiche e che manifestano resilienza rispetto alle situazioni stressogene, e tentare di “estrarne” strumenti esportabili in modo semplice verso i loro coetanei che invece sono irretiti dalle pratiche inadeguate e pericolose, nonché foriere di ulteriore sofferenza psichica.
Anche la scuola può dare il suo contributo in questa ricerca, ma il “come” darlo dovrebbe essere oggetto di una approfondita riflessione e non di progetti improvvisati e estemporanei. Io vedo soprattutto un rischio, quello di parlare soprattutto di sostanze lasciando in ombra il malessere che precede quasi sempre i comportamenti di abuso. Riempire i ragazzi di parole sulle sostanze oltre la soglia della doverosa informazione mirata alla riduzione del danno non è benefico, anzi talvolta finisce col creare curiosità e diventare, questo sì, un involontario “spot pubblicitario” a favore dell’uso di stupefacenti. Occorre invece ricordare bene la necessità di puntare l’attenzione su ciò che precede le sostanze, ovvero le persone e i loro vissuti. La ragazza di sedici anni morta a Palermo (pare per una sostanza nociva o troppo forte) postava su Facebook frasi come «Il buio è più denso ed io non riesco a trovarci un senso» e «Se ti fidi delle persone finisce che ti spari un colpo in testa, avrei realizzato il mio sogno se fosse stato fare una vita di merda», «Cerchi soluzioni ora è tardi, senti emozioni affluire in tristi sguardi, gli abissi degli sbagli, capirsi nei dettagli, sensazioni e brividi freddi in abbracci caldi», «Mi dispiace, tutto tace mentre cerco pace e non sono capace perché sai che più fa male più mi piace». A chi scrive cose del genere, dovremmo forse fare un bel discorso sui rischi di assumere sostanze, incluso il perdere la vita che lei ha appena definito “di merda”? O non dovremmo piuttosto cercare di incontrare quel dolore, e riuscire a trasformarlo in qualcosa di sopportabile, vivibile, che lascia crescere e non paralizza? Vale anche per i genitori: attenzione a focalizzarsi troppo sulle sostanze, restiamo piuttosto ben concentrati sulla persona, sugli stati d’animo, sul dolore. Chiediamo ai figli “come stai? Come ti va la vita?” piuttosto che “fumi canne? Usi Ecstasy?”
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