Quando i figli ci riferiscono certi stati emotivi, soprattutto se spiacevoli, ci si chiede subito cosa si dovrebbe rispondere. Cominciamo con un principio importante:
Quando i figli esprimono dei sentimenti spiacevoli o negativi non ci serve una “frase magica” che faccia finire quei sentimenti. Dovremmo piuttosto cercare di stare molto in ascolto, e poi dare risposte che lascino uscir fuori quei sentimenti.
Come si fa? Cominciamo col ricordare alcuni ingredienti di base di un “buon ascolto” emotivo verso i figli che vi parlano dei loro sentimenti:
- Sedetevi sue potete, comunque prendete un po’ di tempo, fermate per un attimo le cose che eventualmente stavate facendo
- Guardateli in viso e/o state in contatto fisico (Con i più piccoli il contatto fisico è più importante dello sguardo)
- Non interrompeteli e non giudicateli
- Non sentitevi in dovere di dare una risposta di qualsiasi genere. Ascoltare è già di per sé qualcosa di prezioso.
- Quando sentite che le vostre parole sono necessarie, per sapere quali parole dire non dovete andare lontano: le parole giuste sono semplicemente le vostre risposte alla Domanda-base: che cosa c’è nella sua mente?
- Cercate di sfruttare le sue pause, i momenti in cui sembra aver terminato una frase, o anche la fine del suo discorso, per riferirgli quello che vi sembra sia il suo stato mentale. Chiamiamo “riscontro” questa particolare risposta, nel senso che dà riscontro al figlio sul fatto che lo state comprendendo.
Il riscontro
Se un bambino di sera vi dice: “mamma, non voglio andare in bagno da solo”, anziché rispondere “non dovresti avere paura del buio”, restituitegli per prima cosa il suo sentimento, che qui è chiaramente la paura: “ah, il buio, che paura, eh? Non si sa cosa c’è…”
Questo è il riscontro: fa sentire al bambino che il genitore lo comprende, lo fa sentire meno solo, e può trovare poi da sé il modo per esprimere i suoi bisogni, ad esempio di essere accompagnato, o guidato, o semplicemente consolato. E saprete anche come incoraggiarlo adeguatamente ad affrontare la paura.
L’ingrediente principale del riscontro, quindi, è l’empatia, la capacità di “mettersi nelle scarpe di un altro”, e il suo contenuto è la risposta alla Domanda-base.
Come fare in pratica?
Quando vogliamo essere empatici di fronte ai figli, ogni risposta e ogni azione dovrebbe essere preceduta dalla riflessione sulla Domanda-base: che cosa c’è nella sua mente?
Ecco altri atteggiamenti che possono aiutare a muoversi con maggiore empatia:
- Cercare di capire il mondo nel modo in cui il figlio lo vede, e non come lo vede il genitore o a come vorrebbe che il figlio lo vedesse.
- Non giudicare troppo presto ciò che il figlio dice né discutere se le sue affermazioni sono coerenti o logiche
- Non sottolineare troppo i propri valori e non fare “la morale”
- Non cercare di dare consigli né soluzioni né pareri prima di aver capito bene cosa prova
Ora siamo pronti per la pratica: utilizzando le pause e i silenzi del figlio riassumiamo quello che ci sembra ci stia dicendo con le parole, con i gesti, l’espressione… Con una formula semplice:
«Ti senti (o Sei) ……………. perché ……………..»
Oppure:
«Stai dicendo che sei …………… perché…………….»
Esempio 1
Una figlia torna da scuola raccontando di un brutto voto del tutto inatteso. Voi potreste rispondere inizialmente con: «Sei delusa perché hai studiato molto ma hai preso un brutto voto»
Non utilizzate risposte del tipo: «eh non sempre si ottengono i risultati che si vogliono» «forse ti sarà sembrato di aver studiato molto» perché non rispondono alla Domanda-base.
Esempio 2
Un figlio racconta che tutti gli amici vanno a una festa, facendo capire che lui ne è dispiaciuto. Voi: «Sei triste perché non sei stato invitato alla festa»
Non utilizzate risposte del tipo: «non è che per caso gli hai fatto qualcosa?» «non si può essere simpatici a tutti» «non devi essere triste per questo» perché non rispondono alla Domanda-base: che cosa c’è nella sua mente?.
Se il figlio dichiara (o manifesta senza le parole) solo un sentimento, ad esempio: «Sono arrabbiato nero» (oppure gesti d’ira)
Risposta: «Lo vedo. (o: ti vedo arrabbiato). Ti è successo qualcosa di brutto (oppure spiacevole, o la parola che ritenete più adatta)» In questo modo lo invitate a raccontare senza forzature o interrogatori.
Tratto
dal libro Pensami! di Franco Nanni
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