Autore: fn

  • Estetica e pornografia del Curriculum Vitae

    Franco Nanni

    Mi capita spesso di leggere curriculum da parte di giovani laureati, per lo più psicologi e psicologhe, ma non solo. Ho osservato che nei CV si notano le cose che ci sono, ma assai di più quelle che non ci sono. Cominciamo dalla forma: nessuno osa più presentare CV che non siano nel “formato europeo”, concepito per una altissima standardizzazione dei contenuti, tra cui spicca naturalmente la formazione: lauree, master, e così via. La loro elencazione ricorda un po’ l’esibizione dell’argenteria in vecchi salotti, ma talvolta la sensazione è più quella di una esposizione di artiglieria, quasi si dovesse affrontare armati un mondo ostile.
    Nei curriculum si riportano sempre i libri che il soggetto ha scritto, mai quelli che ha letto, men che meno quelli su cui ha studiato, sofferto, pianto o riso. Eppure questi sono quasi sempre più importanti di quelli scritti; questi ultimi, salvo onorevoli eccezioni, sono per lo più insignificante prodotto di narcisismo, mentre i primi sono il nutrimento dell’intelletto. Come faccio a scegliere un soggetto senza sapere che libri ha letto e che libri legge… e “se” legge?
    In un CV stanno scritte le esperienze di lavoro, ci mancherebbe, ma non ci sono i pensieri che si sono organizzati intorno o a partire da esse, non ci sono le riflessioni, tanto meno le amarezze e le soddisfazioni. Non ci sono gli ostacoli superati e quelli evitati.
    In un CV non si parla quasi mai della persona che si è; certo, non è facile. Qualcuno ci prova, meritevolmente, ma il risultato è quasi sempre una sorta di pornografia della personalità. Nei CV manca l’elencazione delle persone importanti che si sono incontrate. Nel mio meriterebbero una menzione uno straordinario maestro elementare che mi trasmise la sua incrollabile fiducia nell’intelletto umano, un profondissimo professore di sociologia che mi ha lasciato l’idea che Bios (e biologia), Logos (cultura, società…), e Pathos (il sentire, gli affetti…) sono aspetti intrecciati e indissolubili che qualunque scienza umana non può scindere. Dovrei citare anche un altro intellettuale con cui, giovanissimo, ho collaborato, che mi ha lasciato, indissolubilmente unite, la curiosità e la libertà. Qualità rare, peraltro, in ambiente universitario. Se non avessi avuto un incontro significativo con quelle persone io sarei diverso, ma nel mio CV più o meno europeo non ve n’è traccia.
    Nei CV si pone molta attenzione alle “capacità e competenze”, che lo scrivente autocertifica solipsisticamente, scegliendo tra quelle più socialmente desiderabili: tra le più tipiche il saper lavorare in team, o saper scrivere e/o leggere inglese o altre lingue, naturalmente a livello “ottimo”. Poco importa, se poi si lavorerà quasi sempre da soli parlando italiano; in alcune realtà locali servirebbe forse saper parlare e comprendere i dialetti, ma non troveremo mai nessuno che dichiari di avere un livello “ottimo” nei dialetti salentini o del Cilento. Per lavorare in un reparto psichiatria d’urgenza il napoletano o magari il veneto servono più spesso che l’inglese, ma che importa. Alcuni aggiungono la conoscenza di linguaggi artistici, ed è un merito, ma vi traspare l’idea che tanto non interessano a nessuno. Non viene invece mai messo in discussione che sia davvero, sempre e comunque importante sapere se il soggetto sappia utilizzare a livello avanzato i fogli elettronici o i word processor.
    Nei CV non sono riportate le persone che si sono incontrate, amate, odiate, o con cui si è entrati in conflitto o in collaborazione. Eppure hanno contribuito a costruire quello che siamo. In particolare, per uno psicologo, l’incontro con i pazienti, negli anni, forma una mitografia indelebile di umanità sofferente, e non solo. Forma un sedimento di storie altrui, cementate della propria affettività e esperienza. Anche l’aver seguito anni di analisi personale dovrebbe fare la differenza, ma troppe scuole di psicoterapia tralasciano questo aspetto, e non sempre, quindi, lo si riporta nel CV. Ma come si fa a lavorare sui dolori psichici altrui senza una analisi personale?
    Infine manca, nei CV, la storia della persona: se abbia amato e come, se sia stata amata e da chi, se abbia avuto una madre premurosa o trascurante. Se abbia conosciuto l’estasi del sesso intriso d’amore, se sia diventato genitore e con quali vissuti. Se abbia visto morire una persona. Se abbia visto nascere un bambino. Se abbia tenuto in braccio un neonato, e se lo abbia fatto per ore, di notte, da solo. Se abbia fissato a lungo un gatto negli occhi e se abbia imparato a difendersi dai suoi graffi. Come tante altre cose, i curriculum sono un prodotto del loro tempo. E il nostro è evidentemente un tempo triste.

    by-nc-saQuest’opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

  • Fermiamo la pedofollia

    Fermiamo la pedofollia

    Franco Nanni

    Le lenzuola bagnate
    e la paura
    del buio
    lo sguardo
    spaventato e la domanda:
    mi vorrai bene
    anche se prendo cinque?
    (Aino Suhola)

    1. La pressione temporale

    La mamma sveglia il suo bambino e gli dice di far presto. Deve vestirsi, far colazione, andare in bagno e prepararsi a uscire. Poco dopo la mamma si dispera perché è già ora, ma il bambino è ancora seduto sul water. Gli urla di far presto. Escono e corrono a scuola. La mamma guida veloce poi scendono e gli dice di camminare in fretta. Il bambino entra in classe e probabilmente gli verrà detto di sbrigarsi a sedersi e estrarre il materiale per la lezione. Più tardi il bambino copierà qualcosa dalla lavagna, poi ci sarà un dettato, poi una scheda di lavoro da eseguire su un libro o incollata al quaderno. In tutte queste attività sarà sempre misurato il tempo che impiega, gli verrà fatto notare di essere stato lento, di essere rimasto indietro, di non aver concluso la scheda che dovrà portare a casa e terminare entro domani. Poi arriverà la ricreazione: solo se è fortunato sarà abbastanza lunga da poter mangiare qualcosa, giocare, andare in bagno e fare tutto questo senza fretta. Se non è fortunato dovrà fare queste cose affettandosi e forse dovrà rinunciare a qualcuna. Naturalmente parliamo dei primi anni delle elementari, perché in seguito, anno dopo anno, la ricreazione si ridurrà a 10 minuti in tutto, spesso perfino abbreviati perché l’insegnante dell’ora precedente doveva assolutamente finire di dettare un compito, un testo, qualcosa… E si è anche adirata perché i bambini avevano fretta di fare ricreazione. E che diamine, quanta fretta. E comunque durante quei minuti di libertà la maestra osserverà i bambini: se socializzano, se si muovono troppo o troppo poco, se sono dispersivi o isolati.
    Che il bambino mangi a scuola o a casa, dovrà fare in fretta. Non ci si distrae, quando si mangia, bisogna portare a termine il lavoro di deglutizione con solerzia e rapidità. Anche perché dopo ci sono tante cose da fare. Da fare in fretta. Se il bambino resta a scuola il pomeriggio, continuerà a lavorare e di nuovo si sentirà dire che è lento, che è distratto, che non finisce in tempo le cose. Poi forse andrà al post-scuola. Si potrebbe pensare che i bambini abbiano più voglia di tornare a casa dai genitori, ma spesso desiderano restare al “post”. Io credo che dipenda dal fatto che è una delle poche parti della giornata in cui nessuno gli fa fretta.
    A seconda degli orari e delle giornate, il bambino potrebbe avere altri impegni, nuoto, calcio, inglese, musica, danza hip-hop. Bisognerà fare in fretta ad andare, che l’allenatore (istruttore, docente…) non aspetta. E prima o dopo gli impegni c’è l’invasione barbarica dei compiti e dello studio, sempre ingenti, lunghi, pletorici, ma sempre apostrofati dalle maestre come “quattro sciocchezze, cosa vuoi che sia, si finiscono in un attimo”. E allora bisogna fare in fretta. Oltre ai compiti c’è magari la scheda del mattino: a scuola, che pigrone!, non ha terminato. E c’è da fare la doccia, rigorosamente quotidiana, e in fretta che l’acqua non si deve sciupare. Alla sua età la mia generazione faceva un bagno alla settimana, e di acqua se ne sciupava meno. E si sciupava meno tempo a lavarsi: quanti genitori sono infastiditi perché il bambino non vuole lavarsi, la sera. Ogni sera, ogni santa sera che Dio manda in terra.
    La sera dopo cena gli verrà mostrato l’orologio sulla parete: “è tardi, è ora di andare a letto”. Bisogna fare in fretta anche quello, i denti, il bidè, il pigiama. Bisogna dormire in fretta perché domani comincia un altro giorno da fare in fretta.
    E nei giorni di vacanza? Orrore! La maestra e anche tanti genitori cominciano ad avere tachicardia e respiro corto all’idea che il bambino possa vivere un poco di tempo liberato dalla pressione temporale e, come vediamo tra poco, dal principio di prestazione. La masturbazione non è più un peccato, ciondolare sì.

    2. Principio di prestazione

    Se riguardiamo la giornata del bambino appena raccontata, ci accorgiamo che questi non fa quasi nulla che non sia soggetto al principio di prestazione: quello che fa viene misurato e valutato, sempre, comunque e dovunque. Tranne al post? Sì… E no. Perché anche lì il suo comportamento viene valutato, per quanto non formalmente con voti e giudizi. Per non parlare delle attività extrascolastiche, tutte sottoposte al principio di prestazione, tranne forse alcune di natura più ludica, dove comunque esisteranno i bravi e i meno bravi. Nessuna di queste attività è comunque libera né autogestita: c’è sempre almeno un adulto che comanda e dice cosa fare, e all’occorrenza sgrida gli indisciplinati.
    Qualcuno potrebbe obiettare che restano comunque spazi aperti… Lo spero anch’io ma il quadro va completato: il bambino potrebbe giocare con una consolle da videogiochi (Playstation, Xbox, ecc.) e lì, almeno in apparenza, dovrebbe solo divertirsi. Ma i livelli del gioco, i punteggi, le vittorie e le perdite sono ovunque, e molti genitori sono preoccupati vedendo le crisi di rabbia del loro bambino quando perde ai videogiochi. Un altro bambino andrà al parco e forse giocherà un poco liberamente. Ma altri occhi vigili (di papà e mamme) guarderanno se il bambino socializza, o se è aggressivo, emotivo o timido, tre etichette non propriamente positive.
    In altri termini il comportamento di un bambino è sottoposto quasi 24 ore per 7 giorni a qualche forma di principio di prestazione o di disciplina. Il bambino migliore socializza facilmente, è veloce nel capire, nel fare i compiti, nell’igiene personale, e soprattutto sta alle regole. Una parola obsoleta a mio parere suonerebbe meglio: obbediente. Perché quando ricevo lamentele su bambini che “non stanno alle regole” chiedo sempre di spiegarmi quali regole essi trasgrediscano, e quasi sempre la regola è una sola: obbedire all’adulto di turno, genitore, insegnante, allenatore, istruttore, catechista…

    3. Prima è meglio

    Oltre alla pressione temporale quotidiana, che agisce a breve termine, i bambini ne ricevono un’altra, a scadenze diverse: l’età a cui iniziare a fare, o imparare a fare qualcosa. Qui il principio è il titolo del paragrafo: “prima è meglio”. Il pannolino tolto a un anno e mezzo è meglio che a tre. Saper leggere a quattro anni è meglio che a sei. E a sei, è meglio scrivere in tutti i caratteri già a Natale, che sennò Babbo Natale non può leggere la letterina e non porta i regali. La regola che “prima è meglio” seguirà il bambino per lo meno in tutto il suo percorso scolastico dell’obbligo: il programma che trent’anni fa si faceva in prima media ora si fa in quinta elementare, se non prima. E così via. Ne soffre, credo, soprattutto la matematica; si sa, la qualità dell’apprendimento della matematica in Italia è in crisi, ma i geni assoldati dal ministero non trovano di meglio che anticipare ancora i programmi, non rendendosi conto che quella è la causa del problema, e non la soluzione.
    Non restano immuni da questa regola nemmeno le altre attività dei bambini: studiare musica a un anno? Perché no? Imparare la filosofia o la trigonometria a tre anni? Perché no? Fare danza hip-hop a quattro anni? Il pattinaggio agonistico a sei? L’hockey su ghiaccio a cinque? Perché no? Eppure, quando qualcuno ci dice: “fare sesso con bambini? Perché no?” giustamente ci scandalizziamo inorriditi. Ma questo fare tutto così presto, non è in fondo un modo di essere diversamente pedofili?

    4. Fermiamo la pedofollia

    Qualcuno si è mai chiesto cosa possa comportare, in termini di salute mentale, un sistema di vita del genere applicato a tutte le età inclusa quella evolutiva? Ansia, somatizzazioni ansiose, insonnia, depressione, disturbi digestivi e alimentari, demotivazione, oppositività, non sono forse disturbi diffusissimi tra i bambini e gli adolescenti? Ogni tanto un insegnante tra gli altri mi chiede: ma cosa sta succedendo? Perché sono tutti così malconci? Spero, con questo articolo, di aver dato un contributo alla riflessione.

    by-nc-saQuest’opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

  • Di cosa parliamo quando parliamo di DSA?

    Un piccolo racconto allegorico

    Tanto tanto tempo fa, in un paese lontano, pieno di balconi fioriti e ruscelli argentati, un gruppo di eruditi si mise a studiare i bambini. Trovarono cose strane, ad esempio che spesso i loro nasi si tappavano, secernevano muco denso di vari colori, e si arrossavano. «Trovato, abbiam trovato un nuovo male», dissero, e lo chiamarono rinite. Dopo un po’ trovarono che la gola dei bambini poteva arrossarsi anch’essa, far male, pizzicare. «Eccone un altro, eccone un altro» esclamarono tutti, e si misero all’opera per definire frequenze, prevalenze, medie e deviazioni, le campane di Gauss suonarono a festa e il nuovo male fu detto tonsillite. Qualcuno riflettendo suggerì: «è nato un nuovo gruppo, i Disturbi Specifici del Respiro». E fu tutto un ricercare, definir frequenze, prevalenze, medie e deviazioni, le campane di Gauss suonarono a festa e nuovi mali furono trovati, tutti Disturbi Specifici del Respiro, tracheite, laringite, faringite e bronchite. Osservarono in tanti che caratteristica saliente dei Disturbi era di non presentarsi mai soli, ma sempre male accompagnati, o da altri DSR, o da Cefalea, Vomito, Diarrea. Si tenevan simposi e grandi convegni, era tutto uno studiare allo scampanar di Gauss. Per strade, scuole e cortili si scatenò la caccia ai DSR, i bambini venivano braccati e radiografati nei loro nasi e gole. All’ennesimo congresso in cui coltamente dibattere su respiri e sospiri, un vecchio pediatra dedito all’alcol e al lupanare rubò la parola e gridò: «Minchioni che siete, tutti ‘sti mali che avete trovato non sono che pezzi di uno soltanto, il Raffreddore, minchioni che siete.» Dopo un attimo di sgomento risuonarono applausi vibranti, e il vecchio fu portato in trionfo. Qualcuno propose il Nobel.

    Più o meno nello stesso tempo lontano, nel paese vicino, anch’esso pieno di balconi fioriti e ruscelli argentati, un gruppo di eruditi si mise a studiare i bambini. Trovarono cose strane, ad esempio che talvolta alcuni puzzavano. Scoprirono nei loro vestiti muffe e infezioni fungine. Lo chiamarono Disturbo da Muffa nei Vestiti. E fu tutto un ricercare, definir frequenze, prevalenze, medie e deviazioni, le campane di Gauss suonarono a festa e trovarono che di rado il DMV era da solo, e più spesso si affiancava a presenza di acari e residui di cenere di tabacco. Notarono anche presenza di parti lise, strappi, scuciture. Lo chiamarono Disturbo Misto dell’Abbigliamento, e fu tutto un ricercare, definir frequenze, prevalenze, medie e deviazioni, le campane di Gauss suonarono a festa ancora una volta, e con gioia: trovar nuovi mali, che passione, che missione! Il DMA era la nuova emergenza, si fecero screening, ricerche, leggi dello Stato e campagne informative. Accogliendo stimoli da quell’altro gruppo di eruditi, si misero a guardarli in bocca, e trovarono alito fetido, denti marci e lingue bianche. «Ma questi bambini mangiano poco, mangiano male, o entrambe le cose». Alcuni infatti erano obesi, altri emaciati, ma tutti, al suono delle campane di Gauss, furon compresi nei Disturbi di Cattivo Mangiare. Il DCM era la nuova emergenza, si fecero screening, ricerche, leggi dello Stato e campagne informative. Si cercavan bambini per strada, pesarli, nasarli, e via, diagnosticarli. «I nuovi Untori», titolavan giornali, ma nessuno ascoltava, «si proceda, si proceda, la Scienza va avanti». Fu trovato, dopo defatiganti studi e ricerche, un nome comune a tutti, Disordini Della Persona, dove furono ricompresi tutti i precedenti e aggiunti la Sindrome dell’Astuccio Vuoto, il Disturbo da Alito Cattivo, sempre in comorbilità con altri disturbi, e la Sindrome da Ascella Fetida, diagnosticabile, questa, solo a partire dai 12 anni. Si tenevan simposi e grandi convegni, era tutto uno studiare allo scampanar di Gauss. Per strade, scuole e cortili si scatenò la caccia ai DDP, i bambini venivano braccati e perquisiti, esaminati, scansionati. All’ennesimo congresso in cui coltamente dibattere sui Disordini di Ogni Grandezza, un vecchio bidello in pensione, dedito all’alcol e alle porno-riviste, rubò la parola gridando: «Minchioni che siete, tutti ‘sti mali che avete trovato non sono che pezzi di uno soltanto, la Povertà!» Dopo un attimo di sgomento, risuonaron campane, quelle vere, stavolta, e applausi scroscianti. Il bidello fu portato in trionfo. Qualcuno propose il Nobel.

    Tempo dopo il bidello e il pediatra furono invitati a ricevere un premio, l’uno per la scoperta del Raffreddore, l’altro per la scoperta della Povertà. Ma i due dissero «No, non abbiamo scoperto niente, questi due mali non sono che pezzi di uno soltanto.»
    «E qual è, di grazia, questo unico male?», chiese il Regnante.
    «Oh, noi non lo sappiamo.»
    «Avrà un nome, almeno.» implorò.
    «Nomi? Tanti: Caccia agli Untori, alle Streghe, a Ebrei, Comunisti, Stranieri, Musulmani, Froci e Batteri ma nessun nome è davvero appropriato.»
    Qualcuno dalla platea, anche lui vecchio e dedito all’alcol, propose: «Bisogno Umano di Trovar Cause Semplici e Ben Inquadrabili a Problemi Complessi e Sfuggenti, In Modo Da Smettere Di Pensare, Trovare Un Colpevole Oppure Un Male, E Via.»
    «Troppo lungo, questo nome!», urlò il Regnante, «e poi, comunque di certo anche tu, vecchio ubriacone, ne sei affetto. Sei marcio, vattene. Che diamine, la stupidità umana è cosa complessa, non può mica aver causa ‘sì semplice!» e si ritirò.
    Il pediatra e il bidello, divenuti amici, bevvero un goccio e poi via, al lupanare.

    by-nc-saQuest’opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

  • Ideologia “Gender”: l’invasione degli ultracorpi?

    Non avrei davvero voluto prendere la penna per scrivere su questo argomento poiché, preso di per sé, non merita assolutamente lo sforzo di scrivere né quello di discutere; tuttavia il polverone sollevatosi intorno al tema e l'autentica agitazione di persone in buona fede mi spinge a rivedere la scelta. Con la parola gender i suoi critici indicano in estrema sintesi un modo di intendere le differenze tra i sessi, i modi di vivere l'amore e la sessualità che pone fortemente l'accento sugli aspetti culturali e sociali di queste differenze minimizzando la portata delle differenze biologiche e fisiologiche. Detta in termini molto semplici (anzi troppo semplici) si accusa chi assume questo punto di vista di sostenere che i sessi sarebbero uguali se i pregiudizi culturali e sociali non li rendessero diversi. Facciamo un passo indietro... Uguale è una parola complicata. Ad esempio quando un bambino guarda un altro bambino dalla pelle molto nera e si confronta con lui potrebbe utilizzare la parola "diverso" anche se certamente ha ben chiaro che di fronte a lui c'è un bambino; e noi in buona fede, pensando di educare alla tolleranza, vorremmo inculcargli l'idea che il bambino nero è "uguale" a lui. Anche se a prima vista può sembrare ovvio finiamo col fare un uso piuttosto contorto delle parole uguale e diverso: è un po' come dire che un cerchio e un quadrato sono uguali perché sono entrambi figure geometriche. Nessuno ci darebbe torto ma tutti noterebbero più le differenze salienti che l'uguaglianza concettuale. Tuttavia se ci mettessimo a discutere animatamente sostenendo chi la differenza chi l'uguaglianza tra cerchi e quadrati verremmo probabilmente presi per matti ed è questo il motivo per cui non ritenevo opportuno scrivere su gender e antigender: non riesco proprio a prendere posizione tra chi sostiene che le differenze biologiche tra i sessi generano un repertorio di comportamenti rigidamente collegato al sesso di appartenenza (e che ogni scostamento dalle condotte normali è patologia) e chi sostiene che le differenze biologiche dei sessi sono poca cosa, irrilevanti e minimali, e che quindi l'unica cosa che abbia significato sono gli aspetti culturali. Mi sembrano entrambe posizioni estreme senza alcun supporto anche lontanamente scientifico; anche se naturalmente preferisco di gran lunga la seconda versione perché più rispettosa della complessità della mente e dell'animo umano, tuttavia non mi piace affatto la frettolosità con cui i "culturalisti" archiviano come ciarpame ideologico differenze biologiche insopprimibili e ricche a loro volta di significati. Nel web si leggono messaggi allarmati che citano frasi tratte da un documento della OMS che detta le linee guida per l'educazione sessuale nelle scuole; le frasi, estrapolate ad arte dal contesto, sembrano giustificare il panico, fino a paventare eserciti di omosessuali e pervertiti scatenati nelle scuole a raccontare ai bambini che maschi e femmine sono uguali, che non fa differenza se una coppia è formata da due uomini o due donne o da un uomo e una donna, insegnando la masturbazione a quattro anni e via così... le cose cambiano leggendo l'intero documento e in particolare la cosiddetta "matrice", una tabella lunga tredici pagine che elenca le informazioni da dare, le abilità e gli atteggiamenti da promuovere nelle varie fasce di età (0-4, 4-6, 6-9, 9-12, 12-15, 15 e oltre. L'articolo è visibile qui). La fantasia smette di vagare nel terrore, ma in compenso la pedagogia va in fibrillazione: non ci sono intenti perversi o pedofili in quel documento (ci mancherebbe!) ma una mole esondante di informazioni e nozioni (rigorosamente politically correct) che si vogliono inculcare in menti neonate o giovanissime. Quasi inevitabile, quando una commissione di studiosi/saggi è chiamata a stilare un documento del genere: viene quasi sempre attanagliata dalla sindrome dell'ufficialità istituzionale, e nella foga di elaborare un testo che contenga tutto nella miglior forma... si partorisce in buona fede un "pistolotto" tuttologico vagamente delirante. Leggendo la "matrice" così vituperata dagli anti-gender non viene la paura della perversione ma quella del sovraccarico cognitivo-nozionistico. La logica somiglia a dire: se questo bambino a tre anni risolve problemi col teorema di Pitagora, è "del tutto evidente" che a sette potrà affrontare un corso di economia politica, e a undici potrà discutere la sua tesi sulla filosofia trascendentale. Obiettare che quel bambino non esiste può costare l'accusa di essere disfattista e retrogrado, ma me ne farò una ragione. I nemici della fantomatica ideologia gender parlano di "messaggi destabilizzanti", ma qui l'impressione è piuttosto di trovarsi di fronte al vaniloquio incomprensibile, come leggere i Grundrisse di Marx (una delle sue opere più ostiche) al bambino la sera, al posto delle favole. Essi aggiungono poi, come se fosse conseguenza ovvia, che qualunque tipo di messaggio "destabilizzante" dato a scuola abbia una forza prorompente in grado di scardinare i presupposti addirittura della nostra civiltà. Si tratta naturalmente di una fantasia ben lontana dalla realtà: qualunque insegnante sa quanto sia difficile riuscire a trasmettere un sapere significativo ai propri alunni, che oggi sono bersagliati di messaggi informazioni e rappresentazioni provenienti da ogni sorgente esterna alla scuola: TV, cinema, stampa, cartelli stradali, e tutta la enorme nebulosa di internet. Dispiace vedere persone di buona fede credere alla possibilità che un'ora di fandonie di qualsivoglia natura raccontate a scuola possono fare più danni di tutta la mole di informazioni, narrazioni, rappresentazioni e stimoli provenienti dall'ambiente sociale e mediatico. Si sente raccontare di preadolescenti che chiamano a casa sentendosi male perché a scuola si è parlato di omosessualità. Ma dove li hanno tenuti i genitori questi ragazzi? chiusi in una stanza buia? Possiedono un televisore? Hanno mai visto Un posto al sole? Perché se alcuni ragazzini si sentono male di fronte a questo argomento… dovremmo farci proprio delle serie domande su dove e come abbiano vissuto finora. Simmetricamente viene da chiedersi se gli estensori della "matrice" abbiano studiato cosa sono i bambini all'università o ne abbiano talvolta incontrato qualcuno in vivo e non in laboratorio o su un libro. Se si deve proprio parlare di pericolo per la salute psicologica affettiva e sessuale delle nuove generazioni è a ben altro che dovremmo pensare, alla schiacciante presenza di messaggi sessuali, di corpi, racconti di seduzione, all'onnipresenza del messaggio fascinatore del denaro facile e della ricchezza, dell'esposizione dei corpi a sguardi maliziosi, tutto materiale che avvolge le menti dei giovani (e non solo) quasi 24 ore al giorno. Che mai può fare qualche modesta ora di qualsivoglia raccontino sulla sessualità la coppia o l'amore, sia pur sotto l'algida e asettica denominazione di educazione affettiva e sessuale? Come ho cercato di spiegare in un altro recente articolo anche il tema dell'educazione sessuale è assai controverso e si intreccia naturalmente con le diverse visioni dell'uomo che sono in gioco anche nella polemica anti-gender. Credo che nessuno possa fingere di non sapere che le varianti alla sessualità standard sono presenti nella storia e nella geografia di tutta la specie umana nei millenni. Ne abbiamo traccia anche in paesi di religione islamica come un recente romanzo ci ha raccontato con grande efficacia (Abdellah Taïa, L'esercito della salvezza, Isbn 2009). Quello che ci tocca scegliere non è se eliminare dalla faccia della terra o conservare le diversità di comportamento sessuale poiché questa scelta (a meno di non tramutarsi in novelli Hitler) non è alla portata di nessuno; quello che ci tocca scegliere, una volta preso atto che le diversità di condotta sessuale esistono, è cosa vogliamo farne: se vogliamo trasformarle in malattie o in perversioni da combattere con la violenza, oppure considerarle una delle caratteristiche della ricchezza umana. Quello che ci tocca scegliere è stabilire qual è l'effetto di una coppia omosessuale che vive la propria vita su migliaia di altre coppie eterosessuali che vivono la loro. Ci tocca decidere se il fatto che due uomini si bacino impedisca a qualcun altro di credere nel matrimonio tradizionale, nella fedeltà, nella verginità prima del matrimonio o in qualunque altra certezza etica. Ognuno di noi dovrebbe decidere qualcosa su questo. Se la risposta è che l'amore tra due persone dello stesso sesso non impedisce in alcun modo ad altri di vivere l'amore e la sessualità in base a etiche più restrittive allora abbiamo già capito che tutta questa polemica su gender e anti-gender è soprattutto una guerra di egemonia sulla società e sulle menti che viene combattuta a prescindere dagli effetti positivi o negativi che può avere sulla salute complessiva di una società. "Ma allora," si chiederà il lettore, "devo avere paura o no di questa ideologia gender?" Se ne dobbiamo avere paura come di una minaccia alla nostra civiltà, assolutamente no, e non perché la nostra civiltà sia in ottima salute, tutt'altro, ma perché ciò che la minaccia è ben più pervasivo e articolato, più violento e subdolo. Dovrebbe pur dirci qualcosa il fatto che Papa Francesco parli spesso di ben altre minacce alla civiltà occidentale e non solo, seguendo una diversa scala di priorità nella quale l'ideologia gender non occupa i primi posti. Se invece parliamo di paura rispetto alla qualità dell'educazione dei ragazzi, allora lo spettro che vedo all'orizzonte è un'altra, sottile e illusoria ideologia: che educare significhi trasmettere informazioni e nozioni. Piuttosto, sarebbe bene aver paura che vada perso il principio che educare significa anche e soprattutto dare il buon esempio, vivere e far vivere.
      by-nc-saQuest'opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

  • Di cosa parliamo quando parliamo di Educazione Sessuale

    Di cosa parliamo quando parliamo di Educazione Sessuale

    Franco Nanni
    Approfitto dell’occasione offerta dalle polemiche sulla cosiddetta “teoria Gender” (polemiche male impostate contro qualcosa che in realtà non esiste, come ho cercato di dimostrare in un altro articolo) per porre la domanda (assai più seria) che forma il titolo di queste righe. Tutti, favorevoli e contrari all’educazione sessuale nelle scuole, sembrano sapere con assoluta certezza di cosa si stia parlando, ma senza mai definirlo con sufficiente chiarezza. Sarà perché provengo da una formazione molto attenta agli aspetti relativistico-antropologici che vanno tenuti presente quando si affronta tutto ciò che è culturale, ma conservo la netta sensazione che in verità non si sappia proprio cosa sia l’educazione sessuale, e anche laddove se ne diano descrizioni, esse siano alternativamente vaghe e generiche, o viceversa centrate su un nucleo valoriale forte inevitabilmente destinato a dividere tra chi “crede” e chi non crede. Vediamo tre esempi: 1. L’educazione sessuale persegue il fine di fornire ai giovani conoscenze, competenze, atteggiamenti e valori di cui hanno bisogno per determinare la propria sessualità e goderne – fisicamente ed emotivamente, individualmente e nelle relazioni. Considera la “sessualità” in modo olistico e nel contesto dello sviluppo affettivo e sociale. Riconosce che la sola informazione non è sufficiente. È necessario offrire ai giovani l’opportunità di acquisire life skills essenziali e di sviluppare atteggiamenti e valori positivi. (International Planned Parenthood Federation (IPPF) 2006) 2. È definito Educazione Sessuale un approccio, adeguato all’età e alla cultura, nell’insegnamento riguardante il sesso e le relazioni attraverso la trasmissione di informazioni scientificamente corrette, realistiche e non giudicanti. L’educazione Sessuale offre, per molti aspetti della sessualità, l’opportunità sia di esplorare i propri valori e atteggiamenti, sia di sviluppare le competenze decisionali, le competenze comunicative e le competenze necessarie per la riduzione dei rischi.” (UNESCO 2009). 3. Obiettivo e meta dell’educazione sessuale è lo sviluppo di una sessualità ordinata e matura in senso psicologico, etico e spirituale. Questa visione personalistica dell’educazione sessuale riceve maggior luce e consistenza se inserita nella concezione cristiana dell’uomo e del suo destino. [...] Se l’educazione sessuale è solo un aspetto dell’educazione integrale della persona, essa implica di necessità il riferimento a una concezione dell’uomo e cioè a una “antropologia”. (Chiesa Cattolica, 1980) Le definizioni 1 e 2, per vari aspetti simili ma non sovrapponibili, sono un buon esempio di generica vaghezza, unita ad un approccio più fortemente informativo e scientista nella seconda. La terza è un esempio ovvio di centratura su un nucleo valoriale (e non solo) assai forte. Di essa va sottolineata la grande onestà del riconoscere la ineludibile inscrizione di qualsivoglia modello di Educazione Sessuale in una visione più ampia dell’essere umano e delle sue manifestazioni, che la pone un gradino di saggezza sopra ogni ingenua aspirazione alla “neutralità”. Tornerò su questo punto più oltre. Assai spesso si sente invocare qualche forma di educazione sessuale sotto la spinta di eventi di cronaca, di comportamenti distruttivi, di fenomeni più o meno devianti; questa invocazione la connota più come un’ancora di salvezza contro il disorientamento e lo sgomento che come progetto organico e meditato. Ciò non significa che piani organici e ambiziosi non esistano: sulla base di linee guida stese dalla OMS si possono trovare in rete materiali molto dettagliati che aspirano a diventare uno standard per tutti i paesi occidentali, come ad esempio: Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BzgA - Standard per l’Educazione Sessuale in Europa. Vorrei allora provare a esaminare la questione da un punto di vista antropologico-culturale: credo di non essere lontano dal vero sostenendo che ogni comunità umana e ogni cultura che la permea e costituisce si misura con la consapevolezza (non necessariamente tematizzata a livello esplicito) di tre costanti delle quali voglio parlare senza preoccuparmi dell'una o dell'altra parola usata per definirli poiché quello che interessa qui è il fenomeno concreto sottostante e non la sua concettualizzazione. Vediamole:
    • c'è una potente forza attrattiva (comunque la vogliamo chiamare e definire) che porta gli individui (assai spesso, ma non necessariamente, di sesso diverso) a cercare reciprocamente il piacere sessuale.
    • la ricerca e la pratica del sesso tra due individui porta di norma alla formazione di una sorta di legame che in forme molto variabili tende a richiedere una certa esclusività e continuità. (Ci sono legami bidirezionali di tipo cronologico tra il raggiungimento del piacere in coppia e la presenza del legame. La forza attrattiva della ricerca del piacere sessuale mediato da un'altra persona può essere primaria e preesistente rispetto alla formazione del legame (oggi sappiamo che ciò avviene con la mediazione dell'ossitocina) ma le culture lavorano alacremente a modificare e regolamentare in diversi modi la successione cronologica di questi due aspetti.)
    • Appare chiara in ogni cultura la necessità di normare l'esercizio della sessualità la cui pratica indiscriminata e indifferenziata risulterebbe assai probabilmente distruttiva rispetto al legame più ampio che forma la collettività. Un altro motivo a favore della normazione dell'attività sessuale e dei legami affettivi adulti riguarda naturalmente la conseguenza probabile del coito ovvero la procreazione.
    L'antropologia culturale ci riporta molte diverse maniere di rispondere alle questioni poste dagli elementi costanti appena elencati; ma l'aspetto davvero costante che attraversa tutte queste diversità è il fatto che nessuna cultura pare abbia ignorato o lasciato al caso o a una fantomatica “spontaneità” ciò che riguarda la sessualità e il legame uomo-donna (ed eventualmente altre forme). Oltre alle differenze di contenuto tra una e l’altra risposta, ve ne sono di forma e estensione: alcune culture sono propense a normare tanto, definendo in modi dettagliati tempi, luoghi e regole per il corteggiamento, per la relazione, ecc., altre a normare meno, lasciando tra una regola e l'altra spazi e interstizi di libertà o di arbitrio, talvolta riconosciuti, talaltra confinati nel segreto. Guardata sotto questo punto di vista la cosiddetta educazione sessuale di cui tanto si parla nei Paesi occidentali altro non sarebbe che “una” risposta alle questioni poste dai tre elementi costanti suddetti. Nelle sue varie forme, essa sembra figlia della nostra società progressista, positivista un po' scientista nonché democratica e razionalista che si è fatta avanti gradualmente nel corso del ventesimo secolo in occidente. Il frutto più tipico di questa cultura è la modalità ancora oggi praticata (a dispetto delle dichiarazioni di intenti come quello della IPPF) che sostiene un approccio essenzialmente (anche se non unicamente) informativo rispetto alle questioni della sessualità e aree limitrofe della relazione umana. Una versione più antica, (molto in voga negli anni ‘70) prevedeva quasi una mera informazione anatomo-oleodinamica (mi si consenta l'ironia) unita alla storica educazione demografica della pionieristica organizzazione italiana AIED, comunque tuttora operante sul nostro territorio. C’era in quell’approccio una aspirazione ingenua all’indipendenza da valori, ideologie o atteggiamenti preconcetti al fine di rendere libere le persone di vivere la sessualità come desideravano. L’ingenuità non era solo la presunta autonomia da valori e schemi interpretativi ma anche e forse soprattutto la presunzione che vi fosse un modo spontaneo e naturale (in qualche misura inscritto nella personalità dell'individuo) di vivere la sessualità, quasi potesse venir depurato da ogni altra influenza esterna. Il problema della presunta Neutralità è complesso ma provo a sintetizzarlo in due gruppi di enunciati che sono assiomatici nei rispettivi ambiti, ossia le definizioni 1, 2 e 3: 1. Io ti informo con nozioni scientificamente corrette e “non di parte”; poi tu sceglierai come muoverti nel campo della sessualità, e compirai tali scelte usando come criteri.... cosa? Questo non viene definito, ma fa riferimento a un qualcosa di “altro” in cui compare la parola “valori”: in (1) essi vanno “sviluppati”, lasciando intendere che l’individuo vi giochi un ruolo come costruttore-ricercatore; in (2) i valori vanno “esplorati”, lasciando intendere che essi entrino a far parte del sapere della persona per altre vie che non siano l’Educazione Sessuale stessa. Si sottintende però comunque che i valori sono entità relativistiche, mentre la Educazione Sessuale non è relativa ma in qualche modo neutra e assoluta, o quantomeno di un livello logico superiore. Per quanto non venga esplicitato, in filigrana sembra di poter leggere l’idea che (a) ogni persona porti in sé un embrione molto soggettivo di “buona sessualità” che è suo diritto (e dovere, in un certo senso) cercare e/o sviluppare, e (b) che nel campo socio-culturale esistano o siano reperibili valori “pronti all’uso” (chiamiamoli metaforicamente “proteine”) o eventualmente gli amminoacidi necessari alla loro sintesi. 2. Io ti trasmetto una visione dell’uomo e all’interno di essa una visione della sessualità e ti trasmetto quindi consapevolmente ed esplicitamente valori e norme etiche. Ti preciso anche che non esiste una educazione sessuale neutra, ma solo una educazione fortemente collocata dentro una antropologia e un orizzonte valoriale. Sottintendo però che i valori non sono entità relativistiche ma degli assoluti: le norme che regolano i costumi e i comportamenti sessuali sono naturali e primarie, espressione della struttura dell’uomo. (quest’ultima frase in corsivo è tratta dal documento della Chiesa Cattolica del 1980). Simmetricamente, qui appare in filigrana l’idea che il campo socio-culturale sia, in ambito valoriale, un deserto o una palude tossica, e che solo il magistero della Chiesa possa salvare da ciò. Dovrebbe saltare all’occhio una contraddizione che accomuna 1 e 2 sia pur su concetti e con forme differenti: entrambe si servono della coppia concettuale “relativistico vs assoluto” tentando di stare da una parte sola, ma finendo per ricadere dall’altra, cosicché il concetto che si vuol cacciare dalla porta rientra dalla finestra. Non è mia intenzione portare avanti un confronto tra visioni così incompatibili (nei contenuti) ma simili (nella forma concettuale e nelle contraddizioni interne), quanto piuttosto andare alla ricerca di una risposta al titolo dell’articolo, percorso rispetto al quale finora la disamina delle varie definizioni ci ha aiutato, ma che è giunto il momento di superare. A ben vedere, infatti, le definizioni fin qui analizzate finiscono con l’essere complementari rispetto alla visione antropologica. Secondo quest’ultima ci sono due questioni, una “globale” (il problema dell’impulso sessuale e tutto quello che ne consegue) e l’altra “locale” (quale risposta specifica ha elaborato questa specifica cultura per amministrare il problema stesso). Le definizioni IPPF e UNESCO descrivono questa mappa ma si guardano bene dal prendere parte alla soluzione (necessariamente locale), la Chiesa invece prende posizione localmente e fornisce una chiara risposta, non facendosi carico ovviamente di tutta la complessità che resta fuori dal campo locale. Potrà essere criticabile o da aggiornare, ma è senza dubbio strutturalmente una risposta nei termini previsti proprio da quella antropologia culturale relativistica che la Chiesa condanna. Ed è anche, volendo, una risposta alla nostra domanda. Soddisfacente o no che sia (per me non lo è assolutamente) essa è comunque una risposta. E noi, come e dove la cerchiamo, una risposta soddisfacente? Se stiamo cercando una risposta globale, dovremmo tornare alla realtà e renderci conto che una risposta globale non v’è e non può esserci (non, almeno, fin quando l’intero mondo non sarà conquistato dal Califfato Islamico e assoggettato con le armi alla sua morale!). Si potrebbe inoltre obiettare che perfino le risposte locali più affermate non sono una rappresentazione dell’esistente (ci mancherebbe!) ma indicano un orizzonte etico che, sia pur con un certo grado di pudore e segretezza, ammette scostamenti dal "mainstream". Tuttavia credo non si ricavi nulla ricadendo nella datatissima contrapposizione tra “verità” e “ipocrisia borghese” così forte nella cultura post sessantottina. Credo che la nostra ricerca debba procedere per gradi senza cadere in ulteriori dicotomie. Prima di tutto occorre riprendere una concettualizzazione peraltro ben nota, ma il cui significato temo venga sottovalutato, tra Educazione Sessuale formale (o intenzionale) e informale. Finora abbiamo parlato della prima, ovvero di interventi pensati e strutturati. Nessuno osa negare che vi siano altre fonti: prima di tutto gli esempi reali che il bambino e poi l’adolescente sperimenta e vede intorno a sé, poi le narrazioni cinematografiche (in senso lato, anche televisive, telematiche (web)... ecc.), dalle quali si impara come si seduce, come ci si innamora, come ci si prende e come ci si lascia, come si piace, come si desidera... ecc. Quando l’educazione sessuale formale arriva, entra in un ambito dove i media hanno già stratificato molte rappresentazioni, particolarmente resistenti e solide proprio perché acquisite in modo lento, ripetitivo, semi-conscio e non pensato. Incidere su simili costellazioni di rappresentazioni è a mio parere una impresa assai ardua, mentre, al contrario, esse sono state in grado di erodere apparati morali granitici generando evoluzioni del costume impensabili prima dell’avvento dei mass media. L’Educazione Sessuale informale è implicita, non intenzionale e inscritta nei comportamenti praticati nella collettività; è presente in tutte le culture, ma sembra che sia assai pervasiva e articolata nella nostra cultura così intrisa di comunicazioni di massa che ad ogni istante propongono immagini di corpi, di relazioni, di storie di amore, seduzione e sesso. Inoltre se in culture locali più ridotte e più semplici chi vi appartiene riscontra comportamenti sostanzialmente coerenti gli uni con gli altri, nel nostro contesto occidentale industrializzato e massmediale chiunque volesse trarre qualche costanza e qualche coerenza dall'insieme polifonico e vasto di condotte differenti troverebbe un'impresa davvero ardua se non impossibile. Siamo davvero una società nella quale convivono una accanto all'altra morali sessuali, condotte e rappresentazioni della relazione stridentemente diverse tra di loro. Le definizioni UNESCO e IPPF sembrano puntare sul fatto che fornendo informazioni di fondo corrette i nuovi adolescenti siano in grado di farsi largo in questa polifonia rintracciando valori a loro consoni. Temo proprio si tratti di una pia illusione. Il primo vero passo da compiere credo sia ammettere che non si dà alcuna educazione sessuale in qualunque accezione senza fare riferimento a una visione dell'uomo. Fortunatamente disponiamo oggi, all'inizio del terzo millennio, di notevoli conoscenze scientifiche e antropologiche che possono aiutarci a non cadere nei due classici estremi: da una parte la visione apocalittica che suppone che l'essere umano, se non viene incasellato dentro una norma esterna dichiarata e cogente, finisce nell'anomia, nell'anarchia, nel disordine, nell'entropia, e in definitiva nella mera feroce distruttività. Ne è un triste esempio l'apologo distopico “Il signore delle mosche” di Goldring. Dall'altro lato una visione pacificata e New Age che vede l'essere umano come portatore di una sorta di verità assoluta interna, quasi un talento, che deve essere scoperta e estrinsecata e che è in grado di ricreare armonia, scelte e azioni corrette e quant'altro. Credo che appaia abbastanza ovvio che alla prima visione si attaglia meglio una impostazione come quella della Chiesa cattolica e alla seconda meglio quelle di UNESCO e IPPF. Se c'è una cosa che lo studio integrato dell’uomo operato da neuroscienze, etologia umana, psicologia e altre discipline limitrofe ci ha detto, è che entrambe le previsioni poc'anzi citate sono clamorosamente false. Semplificando molto potremmo dire che le discipline che studiano l’essere umano ce lo descrivono in una condizione intermedia tra i due estremi ovvero dotato impulsi, tutt'altro che tabula rasa, ma anche animato dal bisogno e dalla capacità di interpretare e categorizzare la realtà, di individuare percorsi dotati di senso e in qualche modo normativi; esposto tuttavia al rischio di una carenza di rappresentazioni e norme che riescano a dare un costrutto a una realtà caotica. Un simile stato di cose ci spiega come sia possibile nella società liquida di oggi che un numero ingente e importante di persone riesca comunque a gestire in modo sufficientemente ordinato la propria sessualità in mancanza di un orizzonte etico vincolante e forte. A fianco di ciò non ci stupisce la presenza di crescenti manifestazioni di disregolazione emotiva e degli impulsi come una delle cifre più pregnanti del nostro tempo. Se è ammissibile tentare una sintesi molto ampia credo si possa dire che le nostre società sono contraddistinte simultaneamente da un allergia diffusa verso regole nette e divieti, e da una ricerca costante di una nuova legge che venga a salvarci dalla confusione e dall’anomia, come Massimo Recalcati ci descrive nel suo Complesso di Telemaco:
    “Ciascuno rivendica il proprio diritto alla felicità come diritto di godere senza intrusioni di sorta da parte dell’Altro. [...] Edipo non sa essere figlio. Egli vorrebbe negare ogni forma di dipendenza e di debito simbolico nei confronti dell’Altro. [...] L’attesa di Telemaco non è attesa di una Legge anonima, non è attesa dell’applicazione routinaria della Legge del Codice. Egli attende il ritorno di un padre. [...] le giovani generazioni di oggi assomigliano più a Telemaco che a Edipo. Esse domandano che qualcosa faccia da padre, che qualcosa torni dal mare, domandano una Legge che possa riportare un nuovo ordine e un nuovo orizzonte del mondo.” Domandano un Padre come “colui che offre in eredità il senso della Legge non come castigo ma come possibilità della libertà, come fondamento del desiderio.”
    Cosa si può fare allora in questo ambito per costruire un'idea sensata di educazione sessuale? Io credo si debba partire dalla raccolta dei problemi con i quali si confrontano i nuovi adolescenti ovvero quelle questioni aggiuntive che definiscono in modo più specifico il problema globale descritto dai nostri tre elementi costanti. Raccoglierli tutti, classificarli ed unirli in questioni di fondo sarebbe probabilmente un lavoro immane da condurre da parte di equipe formate da clinici, sociologi, educatori e altre figure a contatto con questa fascia di età. Provo a stilare un elenco inevitabilmente parziale e approssimativo che spero possa costituire un invito ad altri a proseguire e ampliare l'opera. Ecco dunque, in base alla mia esperienza di clinico, i problemi che i nuovi adolescenti affrontano (per lo più senza risolverli, ammesso che una soluzione vi sia).
    • Il legame affettivo è spesso temuto come una malattia che sarebbe meglio non contrarre; una volta che esso sia presente, è sbilanciato verso il polo dell’ansia di separazione, dell’angoscia della perdita, che si unisce a fantasie altrettanto estreme di autosufficienza. In mezzo, direi stritolato, sta il desiderio, il grande assente. Il corpo non è luogo di sensazioni e di piacere, ma è soggetto a un feroce voyeurismo finalizzato a un giudizio severo. O il corpo è avvertito come bello, e da ostentare, o non è. Se si prende la prima opzione l’esibizione delle forme è spesso ipertrofica e imbarazzante.
    • Lo statuto dell’attività sessuale è piuttosto indefinito e plurimo: bene di consumo, godimento quasi solipsistico con il corpo dell’altro ma non con l’altro, forma materialistica e meno impegnativa di intimità senza legame.
    • Si riscontra assai di frequente il vissuto (e/o la paura) di non essere amati; questo accompagna la ricerca affannosa di amore e riconoscimento talvolta nella delirante aspirazione a ottenere tutto ciò al di fuori di un legame affettivo strutturato. D’altronde è davvero arduo sviluppare rapporti sociali reciprocamente impegnativi nel contesto socioculturale attuale (si veda ad esempio L. Gallino, Finanzcapitalismo, 2010)
    • Difficoltà rilevanti nella gestione della possessività che talvolta è indiscriminata e aggressiva, talaltra rifiutata come una malattia.
    • Viene assai spesso scambiato per verità rivelata l’assioma un po’ “New Age” che, partendo dal classico “va dove ti porta il cuore”, sottintende che nel cuore vi sia sempre una posizione chiara e preminente, priva di ambivalenze, e che essa vada scoperta, ascoltata e agita senza mediazioni. Un simile assioma porta a situazioni di blocco e di sofferenza ogniqualvolta l'ambivalenza e l'incertezza si presentano sulla scena.
    • È diffusissima la difficoltà a rapportarsi con i propri impulsi e le proprie emozioni, sospesi tra azione impulsiva e non pensata (acting out) e evitamento emozionale, in particolare delle emozioni sperimentate come negative. Da sottolineare il fatto che l’acting out più che tradurre in atto l’emozione persegue il fine (di fatto irraggiungibile) di eliminarla quando questa è avvertita come negativa. Il dolore psichico infatti è rappresentato come un veleno da eliminare, e come segnale di "problema da risolvere". Lo stesso destino tocca alla tristezza, agli stati contemplativi e a qualunque altra condizione che non sia una sorta di stolida e maniacale euforia che rende comunicativi, socievoli, brillanti, spiritosi e attraenti.
    Questa sorta di elenco di problematiche diffuse dovrebbe far riflettere. Assai poche delle sue voci potrebbero giovarsi significativamente di approcci informativi: ci troviamo di fronte a difficoltà che sono in larghissima parte riconducibili a due ampie costellazioni di cause: la cultura diffusa, le rappresentazioni egemoniche e predominanti del sé, dell’essere umano, della vita nelle nostre società a capitalismo finanziario maturo le vicissitudini complessive riguardanti le dinamiche di attaccamento e i modelli interni (IWM) da esse derivanti. Sarebbe assai vasto e lungo esaminare in dettaglio queste due costellazioni di cause che portano gli adolescenti a vivere determinate difficoltà nella vita amorosa e sessuale. In questa sede appare cruciale osservare che si tratta, come anticipato poc’anzi, di cause sulle quali incide davvero poco l’approccio informativo; ci vogliono esperienze concrete, e tante, collocate anche nella primissima infanzia, ma non solo in quel periodo, e ci vogliono capacità di riflessione non banali e non scolastiche per guardare con sufficiente disincanto le rappresentazioni della nostra cultura in quanto rappresentazioni e non in quanto “realtà” o “evidenze”. E forse, fantasticando, occorrerebbe una riflessione su quali e quanti mezzi di comunicazione raggiungono la massa dei giovanissimi, plasmando le visioni diffuse di sessualità e amore e non solo, che vanno a costituire, insomma, una sorta di “antropologia” implicita, incorporata, “embedded” nella mole enorme di messaggi e narrazioni cui ciascuno di noi è esposto; si tratta quindi di una antropologia “nascosta” poiché si presenta sotto mentite spoglie. “E quindi?” potrebbe chiedersi chi ha eroicamente letto fin qui. Mi rendo conto che lo scenario appare scoraggiante: se il nostro fine è condurre il maggior numero di adolescenti verso una sessualità/affettività non scisse, integre, autentiche e portatrici di ricchezza interiore e relazionale (che non significa “assenza di dolore”!), dovremmo in realtà occuparci poco di educazione sessuale di massa nelle scuole, e assai di più di come è organizzata la nostra civiltà incapace di cura, e che genere di esperienze di abbandono e disamore infligge ai piccoli sotto falsi abiti di “esigenze lavorative”, e con quanti e quali narrazioni “tossiche” su cosa siano il sesso e l’amore riempiamo le loro povere menti. Dovremmo, insomma, occuparci molto di Educazione Sessuale Informale. Se invece ci preme di più sentirci anime belle che hanno prodigato sforzi educativi per le nuove generazioni, allora possiamo anche continuare a fare le stesse cose di sempre, qualche bel discorso di qualche esperto nelle classi e l’anima l’abbiamo salvata. Oppure, se uno proprio nelle classi ci vuole entrare ma cercando di far meglio? Alla luce di tutto quanto son venuto rimuginando fin qui, direi che per provare a realizzare un contributo a una educazione sessuale formale all’altezza della sfida, occorrono molti elementi che provo a elencare.
    • Le informazioni (psicologiche, fisiche, mediche, ecc) si portano con sé ma vanno usate solo al bisogno e con moderazione.
    • Il gruppo dei destinatari degli interventi dovrebbe essere piccolo (5/10 ragazzi) e con un discreto grado di confidenza e fiducia interna.
    • Iniziare con un (quasi)-focus-group, facendo emergere vissuti, questioni, nodi irrisolti, nonché i tentativi (anche fallimentari) di venirne a capo.
    • Entrare in sintonia con quanto emerge, vibrare insieme, insomma, dare l’esempio sul fatto che la sintonia emotiva esiste, che può essere praticata, che non è un sogno. Che è possibile essere compresi. In questa fase vanno usate grandi dosi di empatia: l’empatia non è tutto e non è la medicina per ogni male, ma è l’eccipiente necessario e imprescindibile per ogni altro mezzo.
    • Quando emergono vicende venate di dolore, occorre con grande tatto restare su quel dolore per mostrare che, se non se ne ha paura, il dolore può essere tollerato e vissuto, che si può stare a contatto con esso quanto basta a viverne la parte che ci tocca in sorte. Che il dolore, per dirla con gli psicoanalisti, non va evacuato ma vissuto e metabolizzato.
    • Quando nei problemi sono implicate rappresentazioni di origine culturale, si deve operare al fine di separare le rappresentazioni dall’esperienza interna, valorizzando soprattutto la seconda come sorgente primaria. Far emergere lo stato emotivo sottostante, e le spinte all’azione che suscita. Isolarne le componenti “narrative”. Un esempio banale: «dici di essere innamorata. D’accordo, ma come te ne accorgi? Cosa accade dentro di te che ti fa dire “sono innamorata”?» Lì si ascoltano risposte più interessanti, del tipo «Lo penso spesso», «Sento il bisogno di stargli vicino», «Quando è lontano non mi sento bene», ecc. Spesso (per fortuna non sempre!) cose del genere vengono elencate come sintomi di una brutta malattia, e allora occorre lavorare duro per trasmettere l’idea che è “soltanto” quell’insieme di reazioni molto umane che ci siamo abituati a chiamare amore. Oppure ancora: «Credevo fosse amore, invece era solo sesso». Anziché seguire la persona e gli altri interlocutori come se avesse descritto obiettivamente una situazione, occorre invece incalzare con domande intriganti che facciano emergere le narrazioni: «Ah, e come ti sei accorto della differenza?» «E come sarebbero andate le cose se fosse stato amore?» e tante, tante altre domande per aiutare le persone a focalizzarsi maggiormente sulla esperienza primaria, e a considerare parole, rappresentazioni e narrazioni come strumenti magari utili ma distinti dall’esperienza.
    • Chi entra in classe dovrebbe fornire in diretta un esempio di “sicurezza” inteso anche come sicurezza dell’attaccamento, ovvero sentirsi a proprio agio nel trattare le più diverse e talvolta toccanti emozioni, gli argomenti più scabrosi, sentirsi a proprio agio in ogni genere di descrizione di legami e di paura dei legami, non intimorito dalla dipendenza affettiva, cose che sa fare naturalmente una persona che i teorici dell’attaccamento chiamerebbero “Secure/Autonomous”.
    Tutto questo elenco dovrebbe avere come risultato la salvezza del desiderio, ovvero, parafrasando Recalcati, trasformare e salvare da sé stesso un adolescente “senza desiderio, plastificato, apatico, perso nel mondo fagico degli oggetti, insofferente a ogni frustrazione”. “Come avviene la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra? Attraverso una testimonianza incarnata di come si può vivere la vita con desiderio.” Occorre dunque tantissima modestia e umiltà, tanta presenza, lo sforzo di esserci, per farsi strada in mezzo a solide e spesse stratificazioni di rappresentazioni create dall’educazione sessuale/affettiva implicita che plasma gli individui assai prima e profondamente di quanto non possano fare le cosiddette informazioni. Dopotutto l’individuo è formato nella sua interezza da una immane pluralità di istanze, dall’espressione genica alle esperienze lungo l’arco di vita, le relazioni, i dolori e le gioie... l’educazione sessuale formale è una goccia in questo mare, ma se dobbiamo farla, almeno facciamola dopo una riflessione all’altezza del compito. E spero che, dopotutto, si possa reperire in queste righe un barlume di risposta a chi ci chiede di cosa parliamo quando parliamo di Educazione sessuale.
    by-nc-saQuest'opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

  • Morire di ecstasy o morire di dolore?

    Dietro e prima l’abuso di sostanze c’è un malessere diffuso, uno stato depressivo di massa dovuto alla crescente incapacità di fronteggiare il normale dolore psichico, avvertito come un corpo estraneo da eliminare. A fianco dell’abuso di sostanze c’è la proliferazione dei mezzi di distrazione e divertimento di massa che nasce per soddisfare un insaziabile appetito di un “altrove”.

    Proviamo a immaginare… se un inverno nevicasse per un mese di seguito, giorno e notte: forse cominceremmo a vedere agli angoli di strada venditori improvvisati di pale, badili, spazzaneve e altri marchingegni; inoltre, si può supporre, dopo un po’ troveremmo anche spacci illegali di macchine spazzaneve costruite alla meglio in laboratori improvvisati, e, essendo non omologate dalla legge, vendute al mercato nero a caro prezzo. Probabilmente qualcuno a un certo punto potrebbe farsi male usando uno di quegli aggeggi poco sicuri e sarebbero in tanti a scagliarsi contro i costruttori e venditori abusivi di marchingegni potenzialmente pericolosi. Tuttavia con un po’ di sforzo non sarebbe difficile capire che c’è uno sfondo a tutto questo scenario: una straordinaria nevicata completamente fuori dai parametri normali, una nevicata che ha creato bisogni eccezionali che un gran numero di persone si è messa a soddisfare con mezzi non sempre leciti. Nasce un bisogno nuovo e forte, ed ecco che si crea un mercato. Questo non giustifica gli abusi, ma rappresenta uno scenario imprescindibile in cui inquadrare gli eventi e cercare eventuali soluzioni.
    Leggendo i tristi commenti ai tre decessi di giovanissimi nelle ultime settimane ho come l’impressione che, sia pur con direzioni diverse, molti finiscano per scagliarsi, per restare nella metafora, contro i venditori abusivi di pale e spazzaneve e che nessuno sembri rendersi conto che bisognerebbe guardare un po’ più in là, alla quantità esorbitante di neve che sta sulle strade. Fuor di metafora: che cos’è questa neve? è una sorta di stato depressivo di massa che riguarda giovani, meno giovani e adulti. Ma che cos’è dunque questa depressione di massa e quali sono le sue componenti? Il punto centrale è rappresentato da una cultura, la nostra, completamente incapace di abilitare i suoi appartenenti a far fronte (coping) alle difficoltà normali di ordine emotivo che possono capitare nel corso della vita. I componenti di questa cultura sono vari, ma il fulcro è la rappresentazione del dolore psichico come un veleno da eliminare, e come segnale di “problema da risolvere”. Specie tra i giovani, lo stesso destino toccherebbe alla tristezza, agli stati contemplativi o qualunque altra condizione che non sia una sorta di stolida e maniacale euforia che rende comunicativi, socievoli, brillanti, spiritosi e attraenti. La potenza attrattiva e prescrittiva di questo standard di capacità comunicative e sociali è particolarmente pressante per le nuove generazioni che sembrano imprigionate da un “dover essere” finalizzato a diventare “popolari” tra i pari età. Si tratta di una condizione non alla portata della maggior parte degli individui, in particolare senza l’assunzione di sostanze stupefacenti, soprattutto stimolanti. “Devo stare bene”, “perché non sto bene?”, ecco le domande ricorrenti tra gli appartenenti a più generazioni.
    Questo stato di malessere rappresenta un problema per tutti, ma i comportamenti in reazione ad esso sono in larga parte diversi per ciascun gruppo di età, e ci sono differenze anche nelle sostanze utilizzate, sia pur con alcune aree comuni: i giovani ricorrono prevalentemente ad alcol e sostanze illegali, mentre gli adulti, oltre all’ubiquo alcol, fanno maggiore uso di sostanze legali come antidepressivi e ansiolitici, le cui cifre di vendita sono una voce in costante crescita. Ecco alcune citazioni da quotidiani italiani degli ultimissimi anni: «Psicofarmaci, oltre 11 milioni di italiani li usano contro stress e depressione.» «Il trend nazionale in forte aumento del consumo di farmaci antidepressivi, che è salito del 310% (cioè più che triplicato) dal 2000 al 2008, confermato dai dati dell’ultimo rapporto Osservasalute che vede negli ultimi anni un costante incremento simile in tutte le regioni.» La cifra comune, dunque, è il tentativo di allontanare il dolore psichico meglio e prima possibile.
    Una serie stratificata di mutazioni culturali ha fatto sì che un’intera popolazione (con l’esclusione, ritengo, dei più anziani) sia oggi portata a preoccuparsi costantemente del proprio stato psichico sulla base di un teorema: se sono “nel giusto”, se ho fatto scelte giuste, se sto agendo bene e vivendo bene allora devo sperimentare benessere psichico. C’è un ovvio corollario: se sperimento malessere psichico evidentemente esiste un problema e questo problema va risolto secondo due direttrici spesso sommate insieme: (a) il tentativo di estinguere rapidamente e totalmente il dolore e il malessere psichico stesso, e (b) perseguire continuamente scelte di vita, comportamenti, consumi e attività dai quali ci si attende l’anelato benessere psichico. La prima direttrice porta direttamente a condotte problematiche come autolesionismo, consumo di stupefacenti, comportamenti estremi. La seconda direttrice, più indiretta, costituisce la chiave dell’apertura di sempre nuovi mercati che vanno naturalmente degli stupefacenti stessi allo smodato consumo di divertimenti di ogni genere, alle più fantasiose terapie olistiche, al marketing del benessere, fino ai capi di abbigliamento e perfino alla chirurgia estetica; un posto d’onore è rappresentato dall’immenso ambito ludico-elettronico dei giochi digitali, sia su consolle dedicate che su computer, tablet e telefonini, un apparato di distrazione di massa le cui dimensioni forse tendiamo a sottovalutare; basti pensare che la sola GameStop, nel 2007, ha fatturato 5,56 miliardi di dollari. Nello stesso anno, per la prima volta nella storia, l’industria dei videogiochi ha superato come volume d’affari l’industria musicale. Grand Theft Auto 5, (un gioco i cui protagonisti sono tre delinquenti di cui uno psicopatico che si aggirano per una metropoli americana uccidendo e compiendo altri crimini) con un budget di 260 milioni di dollari stanziati da Rockstar Games, ha incassato più di 800 milioni nelle prime 24 ore dopo la messa in vendita e dopo soli tre giorni ha raggiunto il miliardo di dollari e i 15 milioni di copie vendute. (fonte: Wikipedia). Se consideriamo gli stati di coscienza di elevatissimo estraniamento dal mondo circostante che il giocatore raggiunge, e li affianchiamo con quelli causati dal consumo di sostanze stupefacenti, viene da chiedersi con una certa trepidazione quanti milioni di persone nel globo si trovino per diverse ore al giorno completamente altrove con la mente. Da che cosa fuggono? Che cosa è questa sete di distrazioni? Che cosa è questa impazienza divenuta carattere universale? Il sociologo Luciano Gallino, riepilogando diversi altri studi, parla di “corrosione del carattere” per descrivere gli effetti sulla personalità che provoca il lavoro del “capitalismo flessibile”, dove tutti e tutto – a cominciare dal capitale – si dimostrano impazienti; la società intera appare devota al breve termine (dei contratti, dei progetti, dei guadagni possibili); le istituzioni, a partire dalle imprese, appaiono in uno stato di costante frammentazione o vengono di continuo ridisegnate. In tali condizioni risulta improbo per la persona al lavoro sviluppare un senso di identità, poiché ciò richiede una lunga e paziente ricerca in se stessi. Perseguire scopi a lungo termine appare improponibile. Diventa pure arduo, sul lavoro e nella comunità, sviluppare rapporti sociali reciprocamentre impegnativi. (in: L. Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi). Alla luce di questa ultima citazione diviene chiaro come sia assai velleitario auspicare il ritorno dei “buoni vecchi sistemi educativi più rigidi” come panacea; un sistema educativo nasce e si sviluppa in un contesto, in un quadro di personalità (di chi educa come di chi viene educato) anche culturalmente delineata, e non sono possibili “esportazioni” di peso di sistemi che sono figli di altre epoche e culture, così come non potremmo rilanciare a livello di massa, per fare un esempio pittoresco, il mestiere di spazzacamino o di maniscalco. Nel nostro mondo impaziente e intollerante dell’attesa e della frustrazione possiamo al massimo apportare qualche modesto correttivo al paludoso permissivismo diffuso, ma nulla più. Il quadro è desolante.

    Riprendendo il discorso principale, abbiamo appena descritto una rappresentazione distorta del dolore psichico come corpo estraneo da eliminare. Ci si domanderà se tale dolore abbia eventualmente delle cause particolari e specifiche di questi anni, e se esso sia aumentato nel tempo; la risposta è articolata. Le cause in sé e per sé non sono particolarmente “nuove” e per lo più fanno parte dei percorsi esistenziali caratteristici degli adolescenti da un lato e degli adulti dall’altro. Nel caso degli adolescenti però ci sono dei fattori che tendono a esacerbare dolori che sarebbero normali per qualità ma divengono eccezionali per quantità e intensità nonché per frequenza; ad esempio, il desiderio di piacere agli altri, di essere desiderati, il timore di essere brutti o deformi è riportato nella letteratura sull’adolescenza da decenni, ma oggi le angosce legate a queste paure sono diventate molto grandi e spesso persecutorie a causa dei comportamenti talvolta feroci degli altri adolescenti verso gli stessi pari età. Inoltre questa fascia di età sembra vedere (molto più che in precedenza) il dolore psichico come qualcosa di insormontabile. Alcune ricerche sull’attaccamento sembrano dimostrare che anche aspetti biografici oggi assai diffusi come il distacco precoce dalla madre per cause lavorative e le crescenti condizioni di stress di tanti genitori costituiscono un fattore rilevante di vulnerabilità allo stress e alle difficoltà psicologiche nelle nuovissime generazioni.
    È in questo panorama culturale, in queste immagini dell’individuo e del benessere che si inserisce questo stato depressivo di massa contraddistinto da umori negativi, senso di colpa e inadeguatezza per il fatto di provarli, senso di impotenza, di incapacità, di inadeguatezza globale, fantasie di auto-eliminazione o di grandiosità, bisogno spropositato di divertimenti e distrazioni come “antidepressivo sociale”, e infine appiattimento della prospettiva temporale sul presente con una visione del futuro assente, buio o indecifrabile. La sofferenza psichica ha assunto ormai lo status di “anormalità”, se non anche di patologia, comunque di anomalia da estirpare. In realtà le cose stanno diversamente, come notano Steven C. Hayes e colleghi in ACT (Raffaello Cortina), «Se sommiamo tutte le persone che sono o sono state depresse, tossicodipendenti, ansiose, arrabbiate, autodistruttive, alienate, preoccupate, compulsive, lavoro-dipendenti, insicure, terribilmente timide, divorziate, evitanti l’intimità e stressate, siamo costretti a giungere a una conclusione sorprendente, vale a dire che la sofferenza psicologica è una caratteristica fondamentale della vita umana.» La cosa triste è che coloro che non partono da questo presupposto sono condannati a soffrire di più.
    Cosa cercano dunque gli adolescenti nelle nottate del massimo divertimento, nello stordimento dovuto a uso e abuso di diverse sostanze? Non cercano in definitiva sollievo per gli stati negativi, non cercano forse la capacità di rapportarsi agli altri in modo brillante e seduttivo sconfiggendo la solitudine e la disistima? non cercano la distrazione, il divertimento come narcotico rispetto alla impossibilità di sopportare la propria stessa mente addolorata? Credere di poter semplicemente arrestare questa ricerca affannosa di soluzioni al problema rappresentato dalla depressione diffusa (così come definita in questo articolo) è pura, velleitaria ingenuità. Allo stesso modo è ingenuo pensare che vi possono essere soluzioni “monofattoriali”: una sola legge, un solo provvedimento, per quanto radicale e caratterizzato da tolleranza zero, non sarà in grado di frenare un fenomeno così rilevante, e così potentemente alimentato da spirito di sopravvivenza (psicologica), senza contare il fatto che uno strato sempre più ampio degli adulti che si ergono a giudici di certi comportamenti giovanili non è legittimato a esprimere simili giudizi per il semplice fatto che, al di là del maggiore controllo legale sulle molecole usate, anche questo strato di società adulta persegue gli stessi fini che condanna nei propri figli, ovvero la rimozione rapida del dolore psichico. Dunque differenze di mezzi ma equivalenza dei fini, come abbiamo fatto notare poc’anzi. Ogni intervento verso i giovani che punti semplicemente ai mezzi (ma non ai fini) è fin da subito un intervento destinato, nella migliore delle ipotesi, a contenere il fenomeno nel breve termine e niente più. Non ho nulla contro le soluzioni temporanee/tampone anzi ne sostengo l’importanza e l’urgenza! Credo però sia fondamentale essere molto lucidi e umili nel riconoscere i limiti delle soluzioni che alcuni propongono come salvifiche.
    Se davvero una società vuole por mano a questo rilevante grumo di rischi e di condotte disturbate nei propri giovani non può che orientarsi su soluzioni plurime e multifattoriali che vadano a incidere su molteplici aspetti. Ad esempio, per quanto non risolutivi, servono sicuramente interventi di riduzione del danno in tutta la loro complessità: dall’informazione sui rischi sanitari al monitoraggio delle sostanze contenute nelle pastiglie o in altri confezionamenti (pill testing) fino ai presìdi medici nei luoghi di più probabile consumo e abuso di sostanze. La critica frequente che viene rivolta (dai severi censori delle condotte giovanili) verso le pratiche di riduzione del danno è che queste suonano come una sorta di legittimazione di condotte devianti; questa posizione è in realtà assolutamente inconsistente sotto numerosi punti di vista tra i quali voglio citare i due principali. Il primo è che, con questo criterio, l’esistenza degli ospedali, dei servizi di ambulanza, di salvataggio, ecc. potrebbero tutti quanti essere tacciati di “implicito incoraggiamento e legittimazione a comportamenti sbagliati”, il che non è sostenibile, a meno di voler creare una civiltà assolutamente persecutoria. Il secondo motivo è più potente, in certa misura sostanziale: la società adulta, così giudicante rispetto alle condotte di abuso portate avanti dai suoi figli, è la stessa che consuma tonnellate di psicofarmaci con lo stesso miraggio di abolire il dolore psichico. Sono invece convinto che l’inizio di ogni pratica efficace non possa che partire dal doloroso, a volte straziante riconoscimento che questi figli sono figli di tutti e di tutto, sono forgiati da una cultura che è anche la nostra, e condividono obiettivi, bisogni, difficoltà e rappresentazioni della realtà con pressoché tutti gli altri membri della società.
    Un altro aspetto cruciale, se si vuole fare una prevenzione a medio e lungo termine, è quello di fare ricerche per individuare meglio i fattori chiave di questa estrema vulnerabilità al dolore psichico, alla inadeguatezza e al bisogno di benessere e di successo, nonché al sentimento di insormontabilità della sconfitta, della perdita e del distacco, e progettare interventi riparatori. Intervenire su questi punti non produce probabilmente risultati eclatanti a brevissimo termine per i quali solo la riduzione del danno può dare sollievo immediato, tuttavia alcune esperienze suggeriscono che è possibile influire su comportamenti inadeguati fornendo a individui e/o piccoli gruppi di persone coinvolte strumenti alternativi (e puliti) di gestione del dolore psichico. Anche in questo caso va tenuto presente quanti ostacoli possono frapporsi a queste pratiche, primo tra tutti il senso di vergogna e di stigma sociale che pende su qualsivoglia forma di sofferenza psicologica, si trattasse anche solo di una semplice tristezza: si tratta di un fattore che spinge i ragazzi a cercare soluzioni fai-da-te assolutamente private e spesso devastanti, piuttosto che entrare in contatto con altri esseri umani significativi verso i quali si teme di provare vergogna e inadeguatezza. Per varcare questa soglia proporrei di utilizzare gli strumenti della psicologia positiva: studiare quella parte (non piccola!) di adolescenti e di adulti che non fanno ricorso a queste pratiche e che manifestano resilienza rispetto alle situazioni stressogene, e tentare di “estrarne” strumenti esportabili in modo semplice verso i loro coetanei che invece sono irretiti dalle pratiche inadeguate e pericolose, nonché foriere di ulteriore sofferenza psichica.
    Anche la scuola può dare il suo contributo in questa ricerca, ma il “come” darlo dovrebbe essere oggetto di una approfondita riflessione e non di progetti improvvisati e estemporanei. Io vedo soprattutto un rischio, quello di parlare soprattutto di sostanze lasciando in ombra il malessere che precede quasi sempre i comportamenti di abuso. Riempire i ragazzi di parole sulle sostanze oltre la soglia della doverosa informazione mirata alla riduzione del danno non è benefico, anzi talvolta finisce col creare curiosità e diventare, questo sì, un involontario “spot pubblicitario” a favore dell’uso di stupefacenti. Occorre invece ricordare bene la necessità di puntare l’attenzione su ciò che precede le sostanze, ovvero le persone e i loro vissuti. La ragazza di sedici anni morta a Palermo (pare per una sostanza nociva o troppo forte) postava su Facebook frasi come «Il buio è più denso ed io non riesco a trovarci un senso» e «Se ti fidi delle persone finisce che ti spari un colpo in testa, avrei realizzato il mio sogno se fosse stato fare una vita di merda», «Cerchi soluzioni ora è tardi, senti emozioni affluire in tristi sguardi, gli abissi degli sbagli, capirsi nei dettagli, sensazioni e brividi freddi in abbracci caldi», «Mi dispiace, tutto tace mentre cerco pace e non sono capace perché sai che più fa male più mi piace». A chi scrive cose del genere, dovremmo forse fare un bel discorso sui rischi di assumere sostanze, incluso il perdere la vita che lei ha appena definito “di merda”? O non dovremmo piuttosto cercare di incontrare quel dolore, e riuscire a trasformarlo in qualcosa di sopportabile, vivibile, che lascia crescere e non paralizza? Vale anche per i genitori: attenzione a focalizzarsi troppo sulle sostanze, restiamo piuttosto ben concentrati sulla persona, sugli stati d’animo, sul dolore. Chiediamo ai figli “come stai? Come ti va la vita?” piuttosto che “fumi canne? Usi Ecstasy?”
    by-nc-saQuest’opera di Franco Nanni è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.